Democratic Confederalism and Ecology - Teoria e Pratica in Kurdistan, cosa possiamo ancora apprendere dieci anni dopo?

Una riflessione in seguito al workshop a cura del Kurdistan Democratic Modernity Academy, tenutosi durante la seconda giornata di Climate Social Camp a Torino. La redazione di Global Project sarà presente in queste giornate per seguire i vari appuntamenti.

27 / 7 / 2022

È la notte tra il 19 e il 20 luglio 2012. Inizia la rivoluzione confederale in Rojava. Kobane per prima, poi altre città della regione si ribellano al regime di Assad e si uniscono al progetto rivoluzionario. È in quel momento, che nasce un processo che – seguendo i principi del confederalismo democratico e dell’autonomia democratica ideati dal leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Ocalan – in questi dieci anni è riuscito a sviluppare un sistema di autogoverno della società. Sistema fondato sul ruolo di primo piano delle donne, la democrazia diretta e l’ecologia, che coinvolge non soltanto la popolazione curda ma anche le altre comunità linguistiche e culturali presenti in quei luoghi.

Tutti i successi degli ultimi anni sono a rischio in questo momento con la minaccia di un’ulteriore invasione turca che preme sui confini e che potrebbe minare i fondamenti del progetto socialista del Rojava. C’è un grande rischio, ossia di trovarsi catapultati nello stesso contesto della prima metà del ‘900: non solo la minaccia di un genocidio fisico ma anche culturale, oltre che notevoli passi avanti rispetto alla distruzione ecologica. Si parla di appropriazione della politica e dei territori, con conseguente espulsione dei popoli originari.

Nel ventunesimo secolo l'umanità si trova in una crisi sistemica senza precedenti. Che si tratti della catastrofe ecologica, dell'escalation delle guerre, dell’involuzione politica in cui si trovano le democrazie parlamentari o dell'avanzata globale del nazionalismo e del fascismo, sono tutte espressioni della profonda crisi sistemica in cui la modernità capitalista ha gettato l'umanità e la natura. 

Il sistema capitalista, con la sua smisurata ricerca del massimo profitto e lo sfruttamento spietato delle vite e della natura, non solo continua a intrappolare miliardi di persone nella povertà e nella miseria, ma oggi sta distruggendo le nostre basi ecologiche della vita. Il cambiamento climatico, l'eccessivo sfruttamento, l'abbandono di uno stile di vita naturale-sociale e l'inesorabile distruzione dell'habitat, soprattutto delle popolazioni indigene, sono solo alcune indicazioni di un collasso su larga scala. L'isolamento sociale, la disintegrazione delle strutture sociali e il trasferimento verso il basso delle conseguenze della crisi stanno portando a un peggioramento della crisi stessa e a un rapido impoverimento di gran parte dell’umanità.

Tuttavia, invece di cercare soluzioni radicali e una via d'uscita dalla crisi, il capitalismo continua a implementare l’ascesa del patriarcato, del razzismo e dello sfruttamento capitalistico attraverso le sue teorie e la sua metodologia applicata negli ultimi due secoli. Davanti a questo quadro c'è un urgente bisogno di una critica radicale dell’esistente nonché di nuove metodologie e prospettive.

Anche il sistema capitalistico sta cercando invano di trovare una via d'uscita alla sua situazione disperata. Non da ultimo, il condannato "capitalismo verde" rende evidente che non ci può essere alcuna soluzione all'interno del modello di sviluppo esistente. Ogni tentativo di reinventare il vecchio sistema può forse ritardare l'imminente crollo, ma non può indicare una via d'uscita dalla crisi. Ciò che rende pericolosa questa speranza di miglioramento del vecchio sistema è la relativa perpetuazione dello stato di crisi.

La crescita di nuovi movimenti femministi, ecologici, anticoloniali e democratici deve essere intesa come una reazione alla crisi sistemica generale. Ma la loro attuale situazione teorica e pratica alimenta dubbi sulla loro capacità di costruire un'alternativa al sistema esistente.

Le forze democratiche o lottano per il potere e sono sempre più assorbite dal sistema, o lasciano la sfera politica intatta e quindi non possono formare un'alternativa pratica. Per non cadere sotto l'influenza del neoliberismo, è necessaria una vera opposizione al sistema e un radicale rinnovamento morale, politico e intellettuale.

L'esperienza della rivoluzione in Kurdistan ha aiutato le forze democratiche e socialiste di tutto il mondo a trovare nuovi orientamenti e ispirazione nel paradigma della modernità democratica. I successi dell'auto-organizzazione sociale nel confederalismo democratico hanno rinnovato la speranza e la fede nella possibilità di un mondo al di là dell'attuale capitalismo.

Nelle proteste e nelle rivolte di massa degli ultimi anni, nel risveglio di un movimento globale delle donne, nel giovane movimento per la giustizia climatica, nei movimenti di protesta contro il razzismo e la supremazia bianca, e anche negli scioperi di massa nell'industria e nell'agricoltura, soprattutto nel Sud del mondo, si intravede uno scontro tra il vecchio mondo e il nuovo mondo. Il “nuovo” - ripartendo dai mondi originari - ha l’arduo compito di spingere vero la creazione di nuove reti e connessioni tra le forze democratiche, collegando le lotte esistenti e creando reti globali di scambio e solidarietà. La catastrofe ecologica rende evidente - inoltre - che i singoli approcci locali isolati alle soluzioni sono destinati al fallimento.

In questo contesto, Paul, un heval del Kurdistan Democratic Modernity Academy, pone la questione della civilizzazione, contro la logica soggetto-oggetto, dominatore-dominato in rapporto all’attuale situazione in Kurdistan. In Occidente vige l’epoca della ragione, tutto è spiegato scientificamente, teoricamente e tecnologicamente per far fronte alla crisi climatica esaltando il greenwashing: non viene data nessuna risposta pratica e non vengono compresi i problemi sociali. L’approccio scientifico bianco è studiare la natura, mentre il movimento curdo ha elaborato una nuova comprensione del mondo. Libertà in sumero significa “ritorno a madre natura”. Una madre terra violata, con molti villaggi distrutti, un bagaglio culturale disdegnato, estrazione di risorse e fracking. 

Per tutta risposta il modello ecologico curdo passa attraverso lo strumento dell’educazione, che prevede la costruzione di un proprio modello governativo autonomo, che si traduce nel costruire l’alternativa; mentre le manovre della politica turca si muovono per adattare i terreni a uniche monoculture per evitare il completo auto-sostentamento di queste comunità. Non solo, è in atto il controllo dei fiumi e razionano l’acqua che arriva dal nord. Allo stesso modo le milizie jihadiste bruciano i campi coltivati. 

Si tratta di una guerra economica ed ecologica il cui unico obiettivo è di porre questa rivoluzione – unica nel nostro secolo – nuovamente sotto la spada di Damocle di un’invasione turca, che la potrebbe distruggere completamente.

La risposta sta nel cercare di costruire alternativa. Un altro mondo non è solo possibile - data la situazione mondiale, ma è assolutamente necessario, perché aspettare ancora sarebbe una follia.

** Pic Credit: Yamine Madani

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