Decostruzione della visione antropocentrica, coloniale e patriarcale dell'ambiente

Il report del tavolo di lavoro del Venice Climate Meeting di Rise Up 4 Climate Justice.

10 / 1 / 2022

Il report completo del tavolo di lavoro “decostruzione della visione antropocentrica, coloniale e patriarcale dell'ambiente”, tenutosi al Venice Climate Meeting di Rise Up 4 Climate Justice.

Il tavolo di decostruzione della visione antropocentrica, coloniale e patriarcale dell’ambiente è stato sicuramente un tavolo interessante, che sentivamo necessario inserire nel contesto del meeting perché era fondamentale attivare nuovi punti di vista, iniziare a ragionare e a comprendere come l’intersezionalità delle lotte vada costruita anche partendo dal riconoscimento dell’intersezionalità delle discriminazioni che vanno a sostenere la struttura della società capitalista che trae profitto dai corpi edai territori.

È stato un tavolo denso, che non ha pretese di immediata messa in pratica dei discorsi fatti, ma che dalle domande ha fatto scaturire altre domande, per iniziare a scalfire quel muro di privilegio che mantienein stato di sfruttamento i corpi individuati come “diversi” dal gruppo dominante.

Sono 227 le persone uccise nel 2020 perché volevano difendere la terra e le risorse naturali da speculazione e devastazione, questo significa più di 4 persone a settimana, una mattanza, una eliminazione sistematica delle voci che si alzano a difendere i propri territori dallo sfruttamento indiscriminato. Che la vita valga meno del profitto per certi personaggi e per certe multinazionali è una cosa che abbiamo imparato molto bene, ma questi dati ci dicono anche un altra cose: certe vite valgono meno di altre. Certe vite, certi modi di intendere il rapporto con la natura, certe voci che uniscono le comunità controil nemico vanno eliminate.

Come attivistə ambientali nel contesto europeo sappiamo che il modello di sviluppo capitalista ha pochi scrupoli nei nostri confronti: siamo statə sgomberatə dalle occupazioni, presə a manganellate e a lacrimogeni, denunciatə. Ma non abbiamo paura di tornare a casa la sera perchè potrebbe esserci qualcunə con una pistola ad aspettarci. Questo succede in Colombia, in Honduras, in Nicaragua, nelle Filippine.Le lotte contro l’estrattivismo, il disboscamento, le miniere,le centrali idroelettriche, l’allargamento dei terreni coltivati sono lotte non solo per il proprio territorio, sono battaglie che servonoalla salvaguardia dell’intero pianeta.

Il cosiddetto “Sud del mondo” chiede riscatto, chiede di essere ascoltato perchè per anni il “Nord” ne ha fatto ciò che può gli piaceva, sfruttandone le risorse, devastandone i territori, uccidendone lə abitantə senza pagarne le conseguenze.

Anzi ad oggi le conseguenze ricadono sugli stessi territori e sulle stesse popolazioni: il delicato ecosistema africano è quello che sta soffrendo maggiormente a causa del riscaldamento globale, pur non essendo responsabile che dell’ 1% delle emissioni globali.

Dobbiamo quindi provare a conoscere queste storie, abbiamo pensato che fosse importante dargli spazioe voce. Per questo all’interno del tavolo abbiamoproposto la visionedi un video in cui veniva raccontata la storia di Berta Caceres, attivista honduregna che è stata ammazzata per essersi opposta alla devastazione del fiume sacro della sua comunità. Abbiamo pensato che la storia di Berta fosse un punto importante da cui partire, qualcosa che andava necessariamente conosciuto.

Il capitalismo uccide in modi diretti e indiretti. Chi viene costruito dal discorso dominante come altro rispetto al gruppo che detiene il potere è più in pericolo di chi beneficia del proprio privilegio.

Un esempio ne sono le uccisioni dellə attivistə che lottano nel sud globale contro lo sfruttamento dei territori e degli ambienti naturali. La storia della vita di Berta Caceres è una delle tante storie che è importante conoscere e far conoscere. Ma conoscere e ascoltare non basta. Dobbiamo essere cassa di risonanza per le lotte indigene. Nel riconoscere i privilegi dobbiamo anche capire come metterli a servizio della costruzione di comunità transfemminste. Innanzitutto è necessario riconoscere le lotte e gli individui che le portano avanti come soggettə, per dargli potenza ed evidenziarne le connessioni con il nostro agire quotidiano, individuare dei nemici comuni che hanno sede anche nei nostri territori per creare campagne comunicative e informative per rompere il greenwashing di quelle multinazionali che uccidono può essere un'azione di solidarietà importante.

È importante anche riconoscere le forme in cui il sistema difende il proprio operato colonialista e lo perpetra: ad esempio l’insegnamento della storia nelle scuole è ancora intriso di colonialismo. Quando osserviamo il mondo attorno a noi troviamo già dei chiari esempi di razzializzazione a cui dobbiamo sempre più dare rilevanza nel ragionamento.

La questione razziale e di classe si intrecciano quando relegano le persone nere o non bianche a lavori considerati degradanti e pagati pochissimo, questo stesso problema tocca anche lə giovani e le aspettative sul loro futuro, che rimangono legate alle condizioni economiche della famiglia, mentre i fondi statali che permettano a questə giovani di formarsi sono inesistenti.

Per il secondo topic del tavolo abbiamo ascoltato un intervento di Mackda Ghebremariam Tesfau’ che ci ha parlato di come lo sfruttamento dei corpi e della terra si connettono con la costruzione delle razze.

“Una parola d’ordine che ci è utile a comprendere questi processi è capitalismo razziale(termine che diventa di uso comune con gli scritti di Cedric Robinson, soprattutto Black Marxism). In questa opera Robinson ci dimostra come il razzismo sia insito nelle strutture di potere europee e necessario allo sviluppo capitalistico. Possiamo dire di non conoscere capitalismo senza razzismo. Anche Marx ci spiega che senza la conquista delle colonie, senza il commercio triangolare degli schiavi, senza le piantagioni di cotone in India non ci sarebbe stata l’accumulazione prima necessaria al ciclo capitalista per innestarsi. Questa accumulazione preferiamo chiamarla originaria più che primitiva, perché così facendo rendiamo evidente che l’accumulazione per explotation, ovvero l’accumulazione violenta delle origini non è finita ma si riproduce costantemente. Abbiamo esempi di ciò anche nelle nostre città, dove ci sono persone che sono fuggite da fenomeni di land grabbing, che è una delle pratiche più comuni dell’accumulazione per sfruttamento. Consiste nell’impossessarsi delle terre costringendo le persone che vi abitano ad andarsene, sconvolgendo ovviamente il sistema economico e di vita materiale delle comunità coinvolte. Queste persone sfrattate dai propri territori arrivano qui attraverso le rotte migratorie, ed entrano in quei meccanismi di sfruttamento razzializzati che le relegano a lavori pagati molto meno rispetto allə autoctonə. Questo perpetra lo sfruttamento che è iniziato con la sottrazione della terra.

Il movimento ecotransfemminista ha dimostrato da tempo come lo sfruttamento del corpo della donna e della terra abbiano un legame profondo con lo sfruttamento coloniale, come vengano utilizzate le stesse modalità di oppressione e che queste emergano dallostesso modo di concepire un potere.

La giustizia climatica come la giustizia di genere come la giustizia razziale richiedono un approccio intersezionale, non solo per occuparci di tutto e per chiedere giustizia per tuttə, ma anche perché riconosciamo che queste discriminazioni sono interconnesse, e non può venir meno una se non viene meno l’altra.”

La crisi climatica è quindi l’ennesima imposizione dellə colonizzatorə sullə colonizzatə, e se non facciamo qualcosa contro abbiamo visto come sarannolə colonizzatə apagare il prezzopiù alto.

Se è vero che la lotta contro il capitalismo e contro lo sfruttamento dei territori è qualcosa che ci riguarda indipendentemente dal nostro genere e dal luogo del mondo da cui veniamo, è altresì vero che i corpi razzializzati devono rispondere ad un ulteriore forma di discriminazione e sfruttamento nel momento in cui mettono piede in Europa. Il razzismo quotidiano passa dal linguaggio, dagli atteggiamenti e dalle posture coloniali che le persone bianche continuano a reiterare anche nei contesti di movimento(infantilizzazione, voyerismo esotico-segregazione). Il capitalismo, lo sfruttamento dei corpi e la messa a valore delle nostre identità in funzione del profitto si alimenta di tutto questo. Dobbiamo cominciare a renderci conto che questi non sono problemi che viaggiano su binari paralleli  ma  che  uno  alimenta l’altro,  si  intrecciano  in  una  spirale  che  è funzionale  al mantenimento dello status quo.

Dall’intervento sono scaturite diverse riflessioni su come sia fondamentale decostruire il privilegio bianco ma soprattutto i rapporti di potere su cui esso si regge. Analizzando la realtà attorno a noi comprendiamo come anche la situazione pandemica sia frutto del capitalismo, e come la crisi climatica sia pagata in altissima parte da quei territori e da quelle popolazioni colonizzate dagli stati europei. Oltre a chiudere le frontiere e inasprire le leggi sull’immigrazione l’Europa non fa nulla per riparare allo sfruttamento attuato. Inoltre nel discorso quotidiano viene costruita un'identità culturale intrisa di razzismo, che si basa sull’individuazione di un’identità “altra” da quella del gruppo dominante, a cui attribuire caratteristiche negative che ne legittimano l’esclusione, la ghettizzazione e lo sfruttamento.

Sicuramente da questi assunti abbiamo la possibilità di muoverci come movimenti per essere la cassa di risonanza delle lotte contro il razzismo, anche se il lavoro per cambiare la percezione e le modalità con cui si pratica l’antirazzismo in Italia è ancora molto.

Passare da un piano di assistenzialismo ad uno dialettico e decoloniale è fondamentale se vogliamo dare la possibilità alle persone razzializzate di narrarsi come soggettə e non di essere narrate dal gruppo dominante.

Abbiamo ben presente che la composizione delle piazze climatiche ci parla già di come le lotte si intersechino e portino in piazza quei corpi che vengono discriminati su più fronti. Le piazze di Fridays, quelle di BLM e quelle sul DDL ZAN sono piazze che sicuramente si parlano in modo quasi spontaneo, ed è fondamentale capire come intrecciare quella composizione per costruire momenti di dialogo e scambio, assemblee e iniziative che possano risultare inclusive e partecipate da composizioni ampie. Nelle generazioni più giovani riscontriamo una maggiore consapevolezza del concetto di intersezionalità.

Per quanto riguarda le assemblee con le persone migranti queste vanno costruite mettendo a servizio il nostro privilegio, per ascoltare e capire come possiamo essere utili, tenendo conto che non dobbiamo assolutamente creare delle categorie o pensare che le migrazioni siano un concetto omogeneo e uniforme, e non fatto di persone con storie diverse e linguaggi differenti. È necessario eliminare quegli atteggiamenti che portano alla vittimizzazione o al paternalismo verso le persone migranti, per costruire spazi di confronto.

Sicuramente anche questa parte della discussione può essere definita un ragionamento aperto, che ha bisogno di analisi e conoscenze, oltre che dell’ascolto di diversi punti di vista.

Nel terzo momento del tavolo abbiamo parlato ancora di privilegio, aggiungendo i tasselli della discriminazione di genere e di quella verso gli animali non umani, anch’esse fortemente connesse con la crisi climatica e lo sviluppo capitalista.

Necessariamente,  oltre  al  razzismo,  un’altra  questione che  si  pone  come  centrale  è quella  “di genere”. Sappiamo bene come il corpo della donna venga espropriato molto spesso, esso è a volte una “macchina riproduttiva di forza lavoro”, a volte uno strumento di sfogo per le pulsioni sessuali degli uomini. Ci sono zone del mondo in cui le donne vengono incoraggiate a fare figli, altre parti in cui le sterilizzazione è all’ordine del giorno. Per citare Carolyn Merchant ne “La morte della natura”, per la nuova scienza intesa come capitalismo la natura continuava ad essere «femmina», ma non era più la Madre che nutre, ma un soggetto passivo da violentare, sezionare per carpire i segreti. Questo accade anche a corpi animali non umani, viviamo in un mondo in cui il capitalismo estrattivista ricava profitto da qualsiasi cosa e o forma di vita incontridavanti a sé.

Per questo ci appelliamo anche alla visione di Rachele Borghi secondo la quale “le voci subalterne non devono essere ascoltate ma devono occupare lo stesso posto delle voci dominanti. Sottrarsi al ruolo oppressivo significa contribuire a far esplodere la torre d’avorio che ha protetto le persone accademiche occidentali fino ad oggi. Significa uscire dalla zona di comfort, prendersi il rischio e la responsabilità, imparare il disagio, continuare a mettersi in discussione, non smettere di riflettere sul proprio privilegio. Per divenire complici è necessario cambiare in maniera radicale le modalità di produzione, diffusione e trasmissione del sapere. Cominciando dalle proprie.”

É stato letto un contributo di una compagna antispecista che riportiamo qui sotto integralmente:

E quando parliamo di corpi colonizzati, sovradeterminati e sfruttati non possiamo non pensare ai corpi degli animali non umani, che nella società capitalistica sono considerati come beni di consumo, come fossero esseri inanimati.

E se è palese che nella società attuale viviamo sempre una contrapposizione tra dominatore (maschio, bianco, cis eteronormato, occidentale) e tra le soggettività altre (comunità razzializzate, queer, vecchi non produttivi, persone con disabilità, poveri) è vero anche che tutto si può riassumere nella contrapposizione tra uomo, ovvero ciò che è umano, e bestia, ciò che diverge dall’umano. Non a caso nel corso della storia il lessico razzista si è spesso aggrappato a questa definizione utilizzando terminologie come bestia, scimmia, animale per svalutare e “deumanizzare” l’altro.

Questo pone come assunto il fatto che l’animale non umano sia da sempre meno importante dell’essere umano. Per dominare l’uomo padrone bianco ha dovuto colonizzare terre e corpi, umani e non umani e, nello sfruttare e sottomettere i corpi dei non umani, ha spesso avviato una consapevole alienazione rispetto alla loro condizione di esseri viventi: la carne è bistecca, salame, affettato non è più vitello, mucca o maiale.

Possiamo quindi individuare verso gli esseri non umani un principio analogo a quello attuato verso le soggettività e le comunità vittime di razzismo. L’uomo nero è “animale” nella connotazione specista del termine, la sua vita conta meno di quella altrui e non solo: è una bestia, spesso in preda ai propri istinti quindi divergente, pericolosa.

Non a caso possiamo citare Judith Butler quando afferma che c’è una degradazione dell’umano ad animale, dove l’animale è rappresentato come fuori controllo, e diviene perciò necessario privarlo della libertà. 

È importante ricordare che questo abbrutimento dell’uomo ha poco niente a che fare con gli animali in quanto tali, perché si tratta di un’immagine dell’animalità in contrapposizione della quale si definisce l’umano. (Butler, Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza, p.24).

Perché allora parlare dell’oppressione animale? Perché è una componente fondamentale del sistema colonizzatore e predatorio che combattiamo.

Al di là dell’evidenza che ci porta ad inquadrare il consumo di carne e derivati come non sostenibile, è giunto il momento di interrogarci sul perché ci sono corpi e vite per i quali battersi e perché ce ne sono altri che semplicemente “non contano” e che quindi possono essere sottomessi, smembrati e mangiati. Se vogliamo davvero uscire dalla nostra condizione di privilegio, dobbiamo iniziare ad accettare l’evidenza che siamo anche noi oppressori e colonizzatori dei corpi altrui e cominciare a pensare a come decostruire questo sistema di sfruttamento che si autoalimenta.”

Dai testi e dai contributi letti sono arrivati stimoli che ci hanno portato a riflettere sulla tematica dello sfruttamento degli animali non umani nel sistema capitalista e del privilegio di specie, sicuramente uno dei più difficili da riconoscere e a cui rinunciare. Affrontare la cosiddetta “questione animale” è qualcosa che molte di noi sentono come non rimandabile.

Sono  tante  le  voci  riportate,  tra  cui  quella  dell’ecofemministra  Pattrice Jones:  “mangiare carne significa fare qualcosa al corpo di qualcun altro senza il suo consenso”.

L’urgenza di prendere al più presto le distanze dal paradigma specista dominante ci viene suggerita anche da una constatazione importante: riconoscere che l’identificazione, la presa di distanza, e la conseguente   svalutazione   de “l’altrə   da   sé   avviene   puntualmente   attraverso   il  meccanismo dell’animalizzazione.    Il paradigma specista va quindi riconosciuto anche come funzionale al mantenimento di politiche razziste ed escludenti.

La decostruzione del privilegio, passa, dunque anche attraverso la distruzione delle voci e delle narrazioni dominanti affinché le voci oppresse riprendano lo spazio pubblico e che da troppo tempo viene loro violentemente sottratto. La conoscenza di luoghi realmente liberi da tutte queste discriminazioni che si intrecciano (pensiamo ad esempio ai rifugi antispecisti per animali liberati, presenti anche in Italia) e la loro futura moltiplicazione deve prendere una posizione centrale nel nostro agire quotidiano, per far vedere sempre di più che è possibile sottrarsi alla violenza ideologica e materiale del pensiero dominante.

Il nostro corpo rimane uno degli strumenti più potenti a nostra disposizione, esso può essere sconvolgente, può sabotare le fabbriche di morte, può unirsi ad altri, riprendersi le strade e le piazze. La nostra voce è uno strumento che dobbiamo utilizzare con accortezza, nel costruire lo spazio in cui le identità si possano esprimere e unire per creare non un diverso tipo di potere e dominio ma una società diversa, costruita dal basso, cooperante e che si prende cura delle persone, degli animali non umani e dell’ambiente che la circonda.

A conclusione di questo tavolo ci siamo resə conto che non abbiamo risposte, ma solo più domande di quelle con cui siamo partitə. È stato fondamentale inserire questo tipo di discorso in un meeting climatico, e crediamo quanto meno di aver rese evidenti alcune strutture portanti su cui si basa lo sfruttamento capitalista. Di questo sfruttamento, di questa crisi climatica, sono i nostri corpi (sessualizzati, razzializzati, messi a profitto) a pagarne il prezzo pù alto.

Siamo e vogliamo in prospettiva essere sempre di più il grido altissimo e feroce di tutti quei corpi che più non hanno voce, e questo è vero a maggior ragione se parliamo di crisi climatica, perché non c’è più tempo, perché il capitalismo ci sta trucidando e l’unico antidoto a questo veleno sono le comunità resistenti.

In sintesi non ci può essere giustizia climatica senza giustizia sociale.

 Bibliografia: testi, libri e articoli per approfondire e da cui è scaturita la costruzione del tavolo.

-“Decolonialità e privilegio” , RacheleBorghi

-"La morte della natura”, CarolynMerchant

-“Memorie dellapiantagione”, Grada Kilomba

-“Afro-ismo”, Aph Ko e Syl Ko

-“Bestie da soma”, SunauraTaylor

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