From Tute Bianche to the Book Bloc: the Italian movement and the coming European insurrection

Dalle Tute bianche al Book bloc: il movimento italiano e l'insurrezione europea che viene

Abstract dell'intervento per il convegno di Londra del 23 febbraio 2011 di Francesco Raparelli

23 / 2 / 2011

(more info here)

Dalla stagione politica delle Tute bianche sembra trascorso un secolo, eppure si tratta di poco più di
dieci anni. Dieci anni in cui moltissime cose sono cambiate. Nonostante le fratture epocali che
hanno segnato quest'ultimo decennio, però, gli studenti rivoltosi di Roma e di Londra hanno deciso
di fare propria (lo scorso autunno) la pratica di conflitto inventata dalle Tute bianche: scudi e caschi
a protezione dei propri corpi; violazione delle zone rosse, del potere politico asserragliato nei
palazzi e privo di rapporto democratico con la società. Non è stata una pura imitazione, ma una
nuova interpretazione, assolutamente originale e molto più efficace: agli scudi si sono sostituiti i
“libri-scudo”, i saperi sono diventati protezione dei corpi della rivolta contro la dismissione
dell'università pubblica, contro la precarietà e la disoccupazione. Molte altre sono le differenze che
hanno contraddistinto questa nuova interpretazione. Procediamo con ordine.

1. Tute bianche: pratiche di conflitto e comunicazione
Le tute bianche (tipico indumento di lavoro) vengono utilizzate per la prima volta in Italia nel settembre del 1994, durante una cruenta manifestazione  milanese dei centri sociali. In opposizione allo sgombero dello storico centro sociale Leonkavallo, i centri sociali italiani concentrano a Milano tutta la loro forza: 10.000 attivisti mettono all'angolo l'amministrazione comunale, la polizia, i poteri forti della città e riconquistano lo spazio autogestito, l'attuale sede del centro sociale.

Soltanto negli anni successivi, a partire dal 1998, le Tute bianche diventano un movimento. Il
movimento nasce a Roma e guarda alle lotte dei disoccupati francesi. La scelta dell'indumento, la
tuta bianca, è una scelta molto precisa: a differenza delle tute blu (la veste della classe operaia), le
tute bianche sono il simbolo di una forza-lavoro giovanile prevalentemente precaria, priva di diritti
e di garanzie, esclusa dal patto sociale fordista (contratto di lavoro a tempo indeterminato,
ferie/malattia/gravidanza pagate, previdenza) . Una forza-lavoro mediamente qualificata, esito della
scolarizzazione di massa successiva al '68. Sono questi tratti salienti a definire lo stile delle azioni
delle Tute bianche, e anche il loro programma politico: si tratta di blitz ad alto impatto
comunicativo (occupazioni di sedi politico-economiche, autoriduzione nei musei e nei cinema o sui mezzi di trasporto pubblici, irruzioni nelle dirette televisive) che impongono la visibilità di ciò che è
invisibile, il lavoro precario, appunto, e chiedono un reddito di cittadinanza sganciato dalla
prestazione lavorativa e il diritto al sapere e alla mobilità. Le Tute bianche stabiliscono un nesso
inscindibile tra pratiche di lotta e pratiche della comunicazione, pensano che i media main stream
siano un campo di battaglia e che il conflitto anche radicale debba definire una tensione positiva con
il consenso.

A partire dal 1999 le tute bianche cominciano ad essere usate anche nelle manifestazioni di piazza.
Accompagnate dall'uso di caschi e scudi, le tute bianche divengono il simbolo di un movimento più
ampio, che coinvolge larga parte dei centri sociali italiani. Un movimento che interpreta in forme
nuove le pratiche della disobbedienza civile. L'obiettivo del movimento delle Tute bianche rimane
lo stesso di prima, dare visibilità a ciò che è invisibile, ma questa volta l'attenzione si sposta su altri terreni: i centri di detenzione per migranti, la guerra (è il periodo della guerra in Kossovo). La
cultura dei movimenti autonomi, propria dei centri sociali italiani, si mescola con la tematica
anglosassone della disobbedienza civile e questo mescolamento viene esemplificato nelle
manifestazioni di piazza: attraverso la protezione di scudi e caschi le Tute bianche violano le zone
rosse disobbedendo alle leggi ingiuste, siano quelle relative alla detenzione dei migranti clandestini,
siano quelle relative agli interventi di guerra.
Con la rivolta di Seattle (30 novembre del 1999) e l'emergere del movimento alterglobalista,
assistiamo ad una nuova mutazione: la pratica della disobbedienza civile e la violazione della zona
rossa hanno come obiettivo i grandi summit dei poteri transnazionali, dall'Ocse alla Banca
mondiale, dal Fondo monetario internazionale al G8. Poteri che vengono ritenuti illegittimi,
autoritari e anti-democratici. Le grandi istituzioni finanziarie, infatti, impongono agli stati-nazione
politiche economiche che comprimono il welfare e i diritti, e alle imprese “cure dimagranti”
(downsizing) e compressione dei salari.

Il picco più alto di questa nuova fase viene raggiunto con le mobilitazioni anti-G8 di Genova: il movimento delle Tute bianche decide di fare a meno del suo simbolo di riconoscimento, la tuta, ma tenta ugualmente di violare la zona rossa. La risposta repressiva è senza precedenti, il governo Berlusconi, sostenuto dall'arroganza di Bush, dichiara guerra al popolo alterglobalista: viene ucciso Carlo Giuliani, centinaia di manifestanti vengono torturati, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. La pratica della disobbedienza civile subisce una battuta d'arresto molto significativa, ma il movimento decide di dislocare le forme del conflitto sul terreno sociale (precarietà, migrazioni/cittadinanza, beni comuni), oltre la contestazione dei summit del potere  transnazionale: nasce il movimento delle e dei disobbedienti.

2. Dall'Onda al Book bloc: la rivolta studentesca italiana Il movimento studentesco dell'Onda esplode nel settembre del 2008, nel momento più drammatico della crisi finanziaria globale. Proprio in settembre fallisce la Lehman Brother, la storica merchant
bank americana, mentre Fannie Mae e Freddie Mac, colossi bancari che gestiscono la metà dei
mutui immobiliari negli U.s., vengono nazionalizzati. La crisi dei mutui subprime paralizza il credito e le banche centrali (dalla Federal reserve alla Banca centrale europea) immettono liquidità nei mercati, prosciugando le casse pubbliche degli stati. La cura prevede un aumento smisurato del debito pubblico e un spostamento vertiginoso di risorse a sostegno delle banche. In un quadro fosco, insomma, gli  studenti italiani rompono il silenzio, occupano le strade e gridano senza timidezza alcuna: “noi la crisi non la paghiamo”!

L'Onda, però, è anche una risposta alla crisi politica italiana. Proprio nella primavera del 2008 viene nuovamente rieletto premier Berlusconi. Il suo governo, frutto di un patto malefico con il partito
xenofobo della Lega nord, decide di affrontare il collasso finanziario con ricette estremamente precise: tagli alla spesa pubblica in generale, ma soprattutto tagli alle risorse pubbliche destinate alla scuola e all'università, alla cultura, all'arte, allo spettacolo. «Con la cultura non si mangia», questo è il motto del ministro dell'Economia Tremonti, mentre il ministro del Welfare Sacconi ricorda agli studenti neo-laureati che è necessario «abituarsi a fare lavori umili e manuali». Una vera e proprio guerra all'intelligenza, che contraddistingue la risposta italiana alla crisi  sistemica del capitalismo.

Contro questa guerra sono le scuole a prendere  l'iniziativa: per la prima volta i bambini, al fianco delle loro maestre e dei loro genitori, diventano protagonisti delle occupazioni notturne. Ci si batte
contro la cancellazione del tempo pieno, il ripristino del maestro unico, la moralizzazione bigotta (l'obbligo del grembiule). Subito dopo le scuole entrano in lotta gli studenti universitari. Epicentro
della protesta è Roma con la sua università, la Sapienza, ma sono subito decine gli atenei che
entrano in agitazione e vengono occupati. A prevalere rispetto alla più tradizionale forma di lotta dell'occupazione, però, è la pratica delle  manifestazioni selvagge. Gli studenti escono dalle facoltà e dagli atenei e occupano le strade, con manifestazioni oceaniche che paralizzano il traffico
metropolitano, bloccano la circolazione ferroviaria, invadendo stazioni e assiepandosi sui binari.
Una generazione priva di futuro e condannata alla precarietà (di lavoro, affettiva, di vita) comincia,
proprio nel 2008, a rompere il silenzio e a scoprire, attraverso l'esperienza di piazza, la propria
forza.

È una scoperta della voce e del corpo collettivo che qualifica una nuova forma di sciopero: lo sciopero metropolitano, lo sciopero di chi non ha diritto di sciopero. Paralizzando la città, infatti, si esce dal silenzio e, nello stesso tempo, si generalizza il proprio dissenso. Altrettanto, la produzione, sempre più distesa sui flussi metropolitani di servizi, di persone, di merce, viene bloccata. Lo slogan degli studenti è chiaro, inequivocabile: “Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città”! Centinaia di migliaia di studenti (il 30 ottobre sono un milione gli studenti e gli insegnanti che manifestano in piazza), per oltre due mesi mettono in crisi la popolarità di Berlusconi e fanno tremare il suo governo.

Dagli atenei occupati alla città, dalla città agli atenei occupati e festosi, luoghi di sperimentazione culturale. Nei mesi dell'Onda, infatti, si moltiplicano le esperienze di autoformazione: seminari autogestiti, libere università, laboratori autonomi di ricerca, proliferano le iniziative che tentano di
trasformare dal basso l'università pubblica, lo statuto delle discipline e dei saperi. Il movimento è consapevole che difendere l'università pubblica significa inventarne una nuova. Se avere più finanziamenti pubblici è cosa essenziale, altrettanto lo è rompere le divisioni disciplinari, criticare i
saperi, sbaragliare i rapporti feudali di potere, caratteristica principale dell'università italiana. Se il
governo combatte il movimento descrivendolo conservatore e nostalgico, il movimento chiarisce il
suo tratto innovativo, senza cedere di un passo sulla difesa del carattere pubblico dell'istruzione, dalla scuola all'università.

Il movimento dell'Onda, seppur straordinario, per potenza ed estensione, non riesce a vincere. La
legge finanziaria, approvata d'urgenza durante l'estate, non viene scalfita dal conflitto autunnale.
Indubbiamente gli studenti scontano un grosso isolamento: per quanto sia molto alto il consenso nei
loro confronti, non ci sono altri settori sociali che si mobilitano e lo sciopero generale indetto al termine dell'autunno dalla Cgil, il maggiore sindacale italiano, è tardivo e fiacco. Il ministro della pubblica  istruzione, intanto, prende tempo per scrivere la sua riforma. Affamata la bestia, come direbbe Reagan, ora si tratta di farla sopravvivere, anche tra gli stenti. Nell'autunno del 2009 la Gelmini (ministro della pubblica istruzione) presenta la sua riforma  universitaria. Più che una riforma, un insieme di provvedimenti che hanno come unico obiettivo quello di rendere operativi i tagli finanziari: viene colpita la ricerca, si ridefinisce in senso autoritario la  governance, si favorisce l'ingresso di soggetti privati (le imprese e le banche) nei consigli di  amministrazione, viene dismesso il diritto allo studio, sostituito dal prestito d'onore.

È proprio nel 2010, mentre il disegno di legge viene discusso e votato dal parlamento, che esplode la protesta studentesca. Questa volta, però, la protesta stabilisce da subito un collegamento importante con le lotte operaie e di altri settori sociali, in primo luogo i migranti, strozzati dalla crisi. Mentre il  governo vuole definitivamente distruggere  l'università, la Fiat vuole cancellare il contratto nazionale di lavoro e i diritti conquistati dalle lotte operaie tra gli anni Sessanta e Settanta.
In ottobre si crea una prima virtuosa saldatura tra studenti, operai, lavoratori precari della conoscenza e dello spettacolo, ma anche centri sociali, comitati ambientalisti. Nel mese di novembre, poi, gli studenti prendono in mano l'iniziativa, con forza inaudita. Contemporaneamente alle straordinarie giornate londinesi, gli studenti italiani fanno incursione (per la prima volta nella storia repubblicana) nel Senato, assediano la Camera dei deputati e il palazzo del Governo per diversi giorni, occupano i tetti delle  facoltà, dei monumenti, bloccano le stazioni  ferroviarie, le strade. Un'escalation di conflitto senza precedenti, il cui punto più alto è il 14 dicembre e la grande manifestazione romana contro il governo Berlusconi. Centomila tra studenti e precari assediano per ore i palazzi del potere scontrandosi a più riprese con la polizia. La generazione senza futuro, dopo aver trovato la voce nell'Onda del 2008, esprime  finalmente la sua rabbia. Rabbia contro la precarietà e la disoccupazione, contro l'impoverimento che è costretta a subire. Da Roma a Londra si difende l'università pubblica, ma si dice no alle politiche europee di austerity, quelle politiche che dopo aver regalato soldi pubblici alle banche in crisi impongono tagli alla spesa sociale per far quadrare i conti.

In queste giornate straordinarie fa la sua comparsa il Book bloc. La scelta di portare gli scudi in piazza è una scelta molto precisa: gli studenti vogliono rompere i divieti e contestare il governo, finché il disegno di legge non viene ritirato. Ogni scudo, però, è un libro, un “classico”, una lettura irrinunciabile: Petronio, Boccaccio, Deleuze, Spinoza, Morante, Miller, Machiavelli, la Costituzione italiana ecc. I libri si contrappongono alla violenza del governo e della polizia, proteggono i corpi di chi non vuole rinunciare al proprio futuro, di chi pensa che il sapere sia sempre un'esperienza di libertà. Attraverso i libri-scudo gli studenti italiani conquistano la scena pubblica e un consenso senza precedenti. Ma se per le Tute bianche l'uso degli scudi era un fattore di identità, per gli studenti la cosa è diversa: le pratiche di conflitto sono molteplici, si occupano i tetti e le stazioni, le facoltà e le strade, poi si usano gli scudi e, quando è necessario, ci si difende dalla polizia. I libriscudo sono un strumento ad altissimo valore simbolico, ma privo di valore d'identità. La strada che
seguono gli studenti ripercorre alcune intuizioni proprie delle Tute bianche, in primis il rapporto
virtuoso tra pratiche di conflitto e comunicazione, ma parla già di una nuova cosa: ad essere protagonista è una soggettività sociale, giovanile e precaria,  irriducibile ad una dimensione politica univoca. Il fatto che i libri-scudo abbiano rapidamente scavalcato i confini nazionali e siano arrivati a Londra, dimostra il loro carattere trasversale, polifonico, plurale.  Ognuno può scegliere il suo libro, ognuno può  fabbricare il suo scudo, ognuno sa raccontare la sua ribellione.

3. L'Europa, il mediterraneo, il tumulto
Cosa rende simili Londra, Roma, Tunisi, Il Cairo? Quali gli elementi comuni dei tumulti che hanno
infiammato l'autunno e che ora stanno infiammando?
In primo luogo i soggetti: studenti, neo-laureati, precari. La nuova forza-lavoro qualificata priva di
futuro e di diritti, esclusa dal patto sociale. I nuovi poveri, se riusciamo a dare al concetto di povertà
un senso materialistico e non moralistico. La povertà oggi è definita dalla dismisura tra i saperi e le competenze acquisite e le condizioni effettive di vita e di lavoro: “studio tanto, ma non c'è nulla ad
attendermi”, “nonostante tanti anni di fatica sono più povero dei miei genitori”, “mi arrangio facendo lavori che non hanno nulla a che fare con ciò che ho studiato”, queste sono le parole che continuamente risuonano nei pensieri di milioni di giovani europei o maghrebini o egiziani. La comune condizione di “declassamento” è il motore delle rivolte che stanno sconvolgendo l'Europa e i paesi del Mediterraneo.

In secondo luogo le forme della lotta. Si tratta di tumulti, insorgenze che chiedono diritti e risorse
contro la crisi e la sua gestione. Altrettanto, rivolte che impongono nuova democrazia, contro il carattere parassitario del potere statale e della finanza. Non è casuale che la domanda di democrazia non sia disgiunta da “istanze di classe” e da pretese  redistributive. Viviamo in un epoca, infatti, in cui il capitalismo si è radicalmente separato dalle forme della democrazia liberale, basta pensare alla Cina per capire di cosa parliamo. Laddove la forza-lavoro interiorizza capacità e funzioni un tempo appartenenti al capitale (Marx direbbe «capitale fisso» o macchinario), il capitale ha bisogno di limitare, attraverso la precarietà, la libertà dei soggetti. Laddove il capitale diventa rendita e finanza, non c'è più mediazione che tenga, la politica deve semplicemente amministrare l'esistente e la sua ineluttabilità. Il tumulto che ha inondato la scena euromediterranea, non può che parlare un linguaggio nuovo, anticapitalista e democratico nello stesso tempo.

* dottorando di ricerca in Filosofia politica – redattore di Uniriot.org

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