Alternativa ed alternanza ai tempi della crisi.

Dalla crisi della sovranità ad una idea nuova di democrazia.

1 / 8 / 2011

In un mondo dove le sorti dei paesi sono legati agli umori mattutini degli uomini di Moddy’s, appare evidente come un ragionamento complessivo sullo stato della democrazia merita delle declinazioni e degli approfondimenti del tutto nuovi.

Il tema della sovranità ci appare oggi come decisivo.

L’instabilità finanziaria nella crisi ci racconta dell’impossibilità di immaginare una dimensione di governance capace di coniugare, come suggerisce l’Ocse, politiche di austerità con la distribuzione di “quote” di democrazia.

Davanti ai tumulti gli organismi sovranazionali avvertono sulla necessità impossibile di coniugare le lacrime e sangue con una immagine di democrazia formale.

I mercati ci dicono come alla crisi economica corrisponda in questa fase una vera e propria crisi di sovranità. L’assenza di ricette credibili e l’instabilità globale ci dicono come l’idea di “quote” di democrazia ritenute necessarie per governare la crisi, corrispondano di fatto ad una idea di compatibilità oltre la quale la democrazia finisce per essere un esercizio insopportabile per il mercato globale. 

All’austerità delle politiche socio economiche, del tutto unidirezionali nella pressione fiscale verso il basso per sanare le perdite di miliardi di euro in pochi giorni sentenziate dal mercato finanziario, deve corrispondere una idea di partecipazione che non metta mai in discussione il core power . Per questo davanti ad un governo che cade il semplice passaggio per la democrazia formale rappresentativa non può mai mettere in discussione le ricette anticrisi. Si badi che in questa occasione appare superfluo affondare la riflessione intorno al tema della crisi della rappresentanza. Nel momento in cui i meccanismi classici di organizzazione del consenso appaiono irreversibilmente al tramonto, il tema della sovranità risulta essere prioritario rispetto a quello della rappresentanza. La crisi di sovranità ci proietta direttamente nel dibattito tra alternativa ed alternanza.  Il passaggio per la democrazia formale che esprime la rappresentanza ci pone oggi davanti a scelte di carattere complessivo in cui sono i punti di programma e rivendicazione ad essere centrali. Se guardiamo ai contesti nazionali capiamo come alternanza ed alternativa sono termini dicotomici nella crisi. La Grecia ci racconta come da Karamanlis a Papandreu siano cambiati solo gli interpreti della stessa ricetta. Se guardiamo all’Italia ed al morente governo Berlusconi non possiamo che chiederci se quella che si prospetta davanti agli italiani prossimamente sia una scelta per l’alternanza o per l’alternativa.  In questo l’idea stessa di democrazia e l’esaurirsi del tema della crisi della rappresentanza ci pongono l’urgenza di ragionare intorno a formule nuove.  Chi si candida a prendere il posto di Berlusconi, da Bersani a Di Pietro, da Casini a Vendola, si pone come discontinuo e alternativo oppure si pone nella logica dell’alternanza, nella continuità delle politiche socio economiche le cui ricette sono dettate dalle follie del mercato e degli organismi sovranazionali ?

Una democrazia che si esercita nella semplice scelta tra diversi ma politicamente omogenei schieramenti, non ci risulta vuota e inefficace ?

Cosa resta della democrazia davanti all’annullamento della possibilità di scelta tra modelli diversi?

La nostra idea di democrazia oggi deve necessariamente tenere conto della difesa degli istituti democratici classicamente liberali, messi sempre più sotto attacco dalle politiche di hard governance necessarie al potere per fronteggiare – lungi dal governare - la crisi. Allo stesso tempo deve essere una idea che coniuga capacità di alternativa con un livello di partecipazione da cui dipende la qualità stessa della democrazia e la sua efficacia.

Quando guardiamo al recente accordo sulla rappresentanza sindacale, quando guardiamo all’ultima manovra finanziaria di Tremonti a cui a strizzato l’occhio l’opposizione, quando guardiamo alle linee di politica industriale infrastrutturale esplicitate dai due schieramenti italiani – dalla Tav di Fassino e Cota agli inceneritori di Errani e Cosentino, fino alla pressione fiscale verso i redditi medio bassi condivisa da Tremonti e dalle opposizioni – non possiamo che definire semplice alternanza quella che davanti a noi si prospetta. 

Eppure i risultati delle amministrative  e quelli del referendum ci raccontano di come la voglia di alternativa sia forte nel paese. Nasce dal conflitto sociale e si misura con l’esercizio della democrazia rappresentativa travolgendo la partitocrazia e le lobby ma esprimendosi comunque nelle urne. Gli italiani vanno a votare, sia quando a noi piace come i casi più recenti sia quando ci piace meno. Fare i conti con questo dato ci immette davanti allo scenario presente. Uno scenario rispetto al quale esistono per i movimenti due opzioni. La prima è quella di rigettare l’idea che dalla crisi si possa uscire costruendo alternativa e quindi augurarsi il tanto peggio tanto meglio. La seconda è ragionare sul dato reale e provare a mettersi in discussione.

Davanti ad una crisi della sovranità il tema della discontinuità, quindi dell’alternativa tra opzioni politiche non omogenee diviene un esigenza collettiva, la stessa qualità della democrazia si misura in questo contesto con la possibilità o meno di rigettare la logica dell’alternanza in favore di una spinta al cambiamento radicale e dal basso.

I conflitti, talvolta espliciti, talvolta latenti, hanno oggi la possibilità di provare ad articolare una proposta alternativa intorno ai nodi centrali del welfare e della gestione dei beni comuni. Ciò che manca è la capacità di costruire quel puzzle decisivo in cui la proposta di alternativa si affermi definitivamente come qui ed ora. Esiste una capacità di resistenza davanti alla sottrazione di reddito, alla monopolizzazione delle risorse, al saccheggio dei beni comuni, ma non ancora una capacità compiuta di essere alternativa.

Davanti a questi nodi oggi dobbiamo provare ad articolare punti di programma.

Ed è intorno a questa idea di alternativa contro l’alternanza che oggi si afferma la nostra idea di democrazia. Un processo di destrutturazione della sovranità – già messa in fallo dalla crisi – verso un processo di potere costituente dal basso.

Parlare oggi di democrazia partecipata, di gestione collettiva dei beni comuni significa provare a costruire un orizzonte di alternativa, la possibilità radicale di opporsi alla crisi ed all’alternanza maturando un processo di cambiamento e di possibilità di scelta reale. 

Difendere oggi la democrazia è rivoluzionario. Davvero.

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