Cronache di un tampone

Veneto, luglio 2020.

22 / 7 / 2020

Il quattordicesimo e ultimo articolo della call for contribution: uno spazio per sé.

In questo momento storico un naso che cola e qualche colpo di tosse bastano perché la signora di fronte a te in treno prenda i suoi bagagli e cambi vagone. Paura ingiustificata? La mia coscienza da cittadina responsabile risponde di no: è bene tutelare la salute degli altri segnalando qualsiasi sintomo influenzale, seppur lieve. Non voglio sicuramente contribuire a una nuova ondata di coronavirus che ci costringerebbe di nuovo dentro le nostre case. Allora avviso subito la mia responsabile dei centri estivi dove sto lavorando da una settimana.

Hai avuto la febbre? Sì.

Hai tosse e raffreddore? Sì.

Allora non possiamo farti rientrare finchè non abbiamo la conferma della tua negatività al Covid-19.

Quindi tampone e test sierologico. 

Sono a casa dei miei genitori a Marano Vicentino e mi devo arrangiare: nessuno mi dice cosa devo fare e l’iter da seguire non è chiaro, ma loro hanno bisogno dei risultati il prima possibile, altrimenti rischiano di chiudere la baracca, e non è certo quello il mio obiettivo.

Lunedì scorso è iniziato il lungo percorso che mi ha finalmente portata ad accedere al tampone per Covid-19 e io ve lo voglio raccontare.

8.23: invio una mail al mio medico di base a Trieste – sono domiciliata lì per lavoro – che dopo due ore mi invia un’impegnativa per eseguire un tampone a seguito di tosse e febbricola. Mi comunica di dover proseguire per vie private.

Mentre attendevo la risposta provo a contattare telefonicamente il medico di base della mia famiglia per avere ulteriori informazioni, ma non ricevo alcuna risposta. Mia mamma si reca allora di persona presso l’ambulatorio e torna con la conferma di dover svolgere i test privatamente.

Nel frattempo decido di chiamare l’ospedale di Santorso. Risponde il centralino, che mi passa il centro tamponi. Il ragazzo che mi risponde dice che lì i tamponi vengono fatti solo ai ricoverati e ai dipendenti. Quando chiedo a chi devo rivolgermi per ottenere ulteriori informazioni, non sa darmi alcuni risposta. Chiamo anche il numero verde regionale per il coronavirus: resto in attesa per 2 minuti e 40 secondi senza ricevere nessuna risposta.

Allora decido di contattare alcune strutture private della zona: in tutto ne chiamo otto. Alcune svolgono solamente test sierologici e quando chiedo informazioni su altri posti privati dove poter svolgere anche il tampone nessuno sa darmi una risposta; un posto dice di potermi dare il primo appuntamento il 22 luglio, dopo aver specificato la mia urgenza. Finalmente trovo un centro medico che mi avrebbe fissato un appuntamento per il mercoledì e mi avrebbe dato i risultati nel giro di due giorni. Prezzo? 95 euro di tampone e 65 euro di test sierologico: economico se paragonato allo stipendio finale di un centro estivo. Dico che ci penso un attimo. Un’altra struttura mi propone un appuntamento per il giorno successivo a un prezzo un po’ più contenuto: 65 euro di tampone e 20 euro di test sierologico.

Nel frattempo si sono fatte le 12. 

Mi accontento del risultato ottenuto: nonostante il prezzo – che probabilmente mi dovrò pagare da sola – non vedo l’ora di ricevere i risultati perché ora sono costretta all’isolamento. Di nuovo.

La sera mia mamma parla con un’amica infermiera. È allibita e dice che dovrei avere il diritto di svolgere il tampone nel sistema sanitario pubblico. Ci dà dei numeri da chiamare il giorno successivo. 

Martedì mi alzo alle 7 e chiamo il primo numero. Il laboratorio analisi di Schio. Al telefono risponde una signora molto seccata che in modo sgarbato dice di non avere tempo e mi rimanda al numero verde che, come non manca di sottolineare, conosciamo da ormai quattro mesi.

Richiamo il numero verde, che è però attivo solo dalle 10.

Nel frattempo chiamo l’altro numero, il laboratorio analisi di Thiene. La voce registrata risponde: memoria piena, digitare 9 per parlare con la persona desiderata.

Desisto.

La colazione mi ridà un po’ di ottimismo e decido di fare un ultimo tentativo.

Richiamo l’ospedale di Santorso. Il centralino mi rimanda al laboratorio tamponi – lo stesso del giorno precedente. Al laboratorio tamponi questa volta risponde A. che sembra saperne di più: mi dice che avrei dovuto chiamare l’ex ospedale di Thiene e chiedere del centro igiene. Chiamo subito quel numero. Risponde un signore che mi gira un altro numero da chiamare.

Chiamo quel numero e finalmente riesco a parlare con qualcuno che sembra essere responsabile dei tamponi al pubblico ordinario.

Fate tamponi per il coronavirus qui? Certo.

Basta mostrare l’impegnativa del medico? Sì sì.

E quando potrei avere un appuntamento? Anche domani. Poi i risultati glieli facciamo avere in giornata se sono positivi, altrimenti nel giro di 48 ore.

Ok, grazie. Prenoto subito. Siete degli angeli.

Ed effettivamente si trattava di angeli. Il giorno dopo alle 9.30 arrivo all’ex pronto soccorso di Schio, con ben venti minuti di anticipo, e trovo un banchetto all’esterno con una signora che mi accoglie sorridente. Dico il mio nome e cognome e nel giro di tre minuti mi viene fatto il tampone.

Dove posso andare per pagare il ticket? Qui non deve pagare niente signorina, è un servizio completamente gratuito per i cittadini.

Torno a casa sollevata, ma allo stesso tempo sconcertata. Com’è possibile che nessuno sapesse niente di questo servizio? Perché nessuno mi ha saputo indicare l’iter da percorrere per arrivare a quel banchetto? Perché ho quasi rischiato di pagare di tasca mia una bella somma di soldi quando lo Stato offre lo stesso servizio gratuitamente a tutti? Io lo urlerei al mondo intero quanto fortunata sono a vivere in un Paese dove il tampone per il coronavirus me lo fanno gratis. Dove per poter dare la sicurezza della mia negatività alle persone che mi stanno intorno – compresi i bambini e le bambine, i genitori e le altre istruttrici del centro estivo – non devo pagare nulla.

Eppure per arrivare a beneficiare di questo servizio ho dovuto fare fatica. Perché nessuno sapeva niente. Neanche l’ospedale, neanche il mio medico, neanche la segretaria del mio medico, e nemmeno le strutture private.

Perché?

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