Da "Il Manifesto" del 04.02.11.

Così si vuole cancellare il welfare

di Antonio Musella

5 / 2 / 2011

Dall’altra sponda del Mediterraneo arrivano per ora solo gli echi di un’insorgenza sociale contro la crisi.
Urla delle nuove generazioni, quelle per cui la precarietà assume un carattere strutturale colpendo il bios dell’esistenza. Riescono a rivendicare immediatamente una nuova idea di cittadinanza fondata su due cardini principali: la libertà, la cittadinanza economica. Di qua del mare, in Campania, si vive una fase di messa in discussione complessiva di questi due aspetti. Per esercizio effettivo della cittadinanza economica si intende la possibilità di accesso alla redistribuzione della ricchezza.
Davanti alla crisi globale ed alle politiche di austerità internazionali, il mercato del lavoro non riesce nemmeno più a garantire un accesso alle nuove generazioni nel processo di sfruttamento legato al lavoro. In pratica la crisi impone disoccupazione. E non esiste nessun’altra forma di redistribuzione della ricchezza.
Questo avviene per un processo parallelo di smantellamento del welfare come l’abbiamo conosciuto nel ‘900. Non c’è più lo “spazio” per garantire welfare. Per nessuno. La pianificazione economica della giunta regionale della Campania è l’esempio dell’impatto delle politiche di austerità su base territoriale. L’abolizione del reddito di cittadinanza, la negazione della cassa integrazione in deroga, l’abolizione delle misure integrative alla C.i.g e l’abolizione delle politiche di formazione lavoro sono l’elenco della distruzione del welfare su base regionale.
Questo avviene in una regione dove il mondo della precarietà diffusa impatta con dinamiche di sfruttamento che sono legate tanto al precariato cognitivo quanto al lavoro nero a bassa formazione. Al contempo l’esclusione dalla redistribuzione avviene anche per gli espulsi dal mercato del lavoro, quella fascia di disoccupati di lunga durata, con bassa scolarizzazione, tra i 35 ed i 55 anni, che nella città di Napoli sono rappresentati anche simbolicamente dal bacino dei 4.000 precari dei corsi Bros, organizzati intorno ai movimenti di lotta. Una parte di essa può essere considerata espulsa definitivamente del mercato del lavoro.
Dopo anni di lotte e conquista dell’accesso a forme di sussidio ora la ricetta Caldoro-Tremonti li vede esclusi dal welfare. Un territorio, la Campania, che segna una contrazione del Pil del -5,4% seconda solo all’Abruzzo post terremoto con il -5,9% secondo i dati Svimez del 2009. Una regione dunque dove intorno alla precarietà ed al welfare c’è l’idea stessa di costruire percorsi unitari contro la crisi. Le nuove generazioni della precarietà permanente e i più anziani espulsi dal mercato del lavoro. Nel mezzo la distruzione del settore industriale manifatturiero tenuto a galla per ora solo dalla cassa integrazione. Parlare di crisi in Campania significa parlare di tutto questo. Non solo di un segmento. Ma di un quadro complessivo dove la crisi rischia di mettere i padri contro i figli. Intanto il fenomeno di ritorno è rappresentato dall’emigrazione. In Campania sono stati 38 mila nel 2007 secondo l’Istat, e nove su dieci finiscono nelle regioni del centro nord. Tra il 2001 ed il 2007 si calcola che 75 mila napoletani sono emigrati nelle regioni del centro nord. Oggi le politiche del governo del nord stanno producendo questo nelle regioni meridionali. Pertanto i movimenti sociali non possono esimersi dal provare a costruire ambiti di ricomposizione sociale contro la crisi. Bisogna avere la forza di riconoscersi nella moltitudine, di riconoscersi tra indisponibili.
Coscienti che le dinamiche della crisi non riporteranno mai indietro le lancette del tempo. Per questo oggi il tema centrale ci sembra quello di una nuova idea di welfare accanto ad una nuova idea di lavoro che tenga conto di un altro modello di sviluppo. L’Argentina ci consegna tanti esempi di nuovo welfare e nuovo lavoro capaci di essere modello solidaristico da mettere a sistema come rivendicazione contro la crisi. Dalla crisi si esce uniti, alternativi e soprattutto da sud.

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