Sulle recenti occupazioni e dintorni

Cooperazione (da centro) sociale

di Andrea Salvo Rossi*

18 / 12 / 2012

Si vorrebbe, oggi, più o meno questo: una nuova centralità - nel processo di accumulazione capitalistica - di tutto ciò che inerisce la produzione sociale, che permette, cioè, la relazione e l'interazione di più soggetti (linguaggio, affetti, informazioni, conoscenze). Una nuova centralità che, soprattutto, escluderebbe di fatto l'opzione di una sussunzione reale del lavoro al capitale (non potendosi alienare quanti hanno i mezzi di produzione dentro cervello).Questa cooperazione sociale si darebbe come processo libero, non mediato, estraneo alle maglie del capitale (che giunge in un secondo momento per espropriare questo comune sociale e cognitivo prodotto in sua assenza). Da un lato ci sarebbero libere comunità cooperanti di persone che condividono saperi, linguaggi, informazioni, per mettere a punto risorse e tecnologie capaci di aiutare tutti, ridurre la fatica, migliorare la qualità della comunicazione, dell'ambiente, della vita. Dall'altro il capitalismo, a valle e a monte, come loro rendita vampiresca. Queste reti sociali libere, creative, autonome, sarebbero punti di resistenza diffusa, potenzialmente rivoluzionari e già, immediatamente, orientati alla liberazione dai legacci parassitari del capitalismo a causa di quell'ingiunzione paradossale che porterebbero nella carne e nel sangue (da un lato il bisogno, per produrre, di libera circolazioni di persone e informazioni, la necessità di organizzare autonomamente l'attività di lavoro e di studio, dall'altro il bisogno – per il capitalismo – di estrarre valore da quest'attività, che è quindi ostacolata da marchi, brevetti, eterodirezione dei progetti di ricerca).

Mi pare che – a questo modello – si possa porre qualche obiezione. Nessuno nega, soprattutto nel paese modello di quei cluster industriali così legati a processi di distrettualizzazione, di connesione intima tra la filiera produttiva e lo sfondo di conoscenze, impulsi, feedback e risorse del territorio e della comunità di pertinenza, la centralità della cooperazione sociale. Quello che si può invece contestare è la sua assoluta libertà rispetto all'organizzazione del lavoro e – in qualche modo – la sua pienezza ontologica rispetto invece ad una definizione e ad una soggettività situata, interconnessa, il cui valore deriva da rapporti di posizione e opposizione rispetto al sistema, come cifra differenziale e non sostanziale. È come se – schematicamente - la produzione di soggettività (subjectivation) stesse tutta a carico del lavoro (e il potere tutto schiacciato verso il capitale). Il cosiddetto lavoratore immateriale – in quanto soggetto - non sarebbe più la risultante dell'azione multifattoriale di dispositivi, eventi, effetti di senso, singolarità che si attualizzano in uno spazio, ma invece tenderebbe a proporsi come creatura creativa già libera, già resistente, già comunista, ma impoverita e precarizzata. Il potere, per contro, si preoccuperebbe di andar a chiedere le decime, interamente localizzato da una parte, non diffuso, non circolante, non microfisico né – soprattutto – produttore di soggettività (assujettisement). Questo è, diciamo, un nodo di problematizzazione possibile al quale però vorrei dare quella che Gilles Deleuze chiamerebbe audizione non filosofica. Non mi interessa – né ho la capacità di sviluppare – la questione epistemologica legata a questa o quella concezione del soggetto (ma, direi, del senso). Vorrei che, invece, questa premessa servisse a inquadrare la narrazione di un'esperienza soggettiva, di pratica militante piuttosto che di astrazione teorica (semmai esistesse una teoria filosofica non pratica, non politica, non situata rispetto al campo di forze in cui parla, ma questa è un'altra questione).Perché, in realtà,  c'è forse qualcosa di simile a questo concetto di cooperazione sociale, qualcosa che ricorda troppo da vicino quest'idea di comunità resistenti che autorganizzano il lavoro, condividono liberamente esperienze, saperi, conoscenze, contatti, linguaggi, mettono a valore i tessuti territoriali in cui crescono e sedimentano percorsi, senza che però la forma di vita che fermenta in questi luoghi sia poi espropriata di ciò che produce, sia soggiogata alla legge del profitto: i centri sociali. Non scrivo con la lucidità e il distacco dell'intellettuale, ma con il sonno e le occhiaie di chi ha passato una serata dietro il bancone del vino, versando bicchieri e raccontando la storia recente di quell'occupazione animata da esibizioni artistiche e musicali (½ cannone 12) a tutti i passanti e i curiosi. Scrivo con l'esigenza di disautomatizzare alcuni ragionamenti, perché forse – nella quotidiana, faticosa, difficile, gioiosa, schizofrenica gestione di un centro sociale come spazio fisico e come centro erogatore di servizi e di socialità – si tende a dare per scontata, ovvia, una ricchezza, una eccezionalità di quello che succede che ogni tanto andrebbe raccontata.Cosa vede chi abita un centro sociale? Vede, ogni giorno, ogni santissimo giorno dal lunedì alla domenica decine e decine di persone disposte a lavorare gratuitamente anche per dieci ore di fila perché quei posti che si interfacciano, senza nessuna mediazione istituzionale, con la complessità del proprio quartiere, della propria città, siano accoglienti, siano funzionali, siano attivi, siano dotati delle strutture che servono alla propria attività politica e culturale (mentre partiti politici sedicenti movimentisti blaterano stancamente di wifi per tutti, non esiste centro sociale e auletta occupata, in tutto il paese, che non fornisca già questo servizio senza rompere le scatole a nessuno). Decine e decine di persone che si sperimentano come muratori, come elettricisti, come periti informatici, come grafici, come baristi. Decine e decine di persone che si caricano delle iniziative culturali, creando (nella spontaneità del proprio lavoro, non perché – a un certo punto – un'attività teorica commissaria ha detto che, dal giorno x, i lavoratori dello spettacolo potevano fare pure loro la classe rivoluzionaria) circuiti di artisti che non passano più per intermediari parassiti, per successivi processi di mercificazione dell'attività artistica e che - come conseguenza immediata - diventano per la città polo di fruizione culturale non esclusiva, non per ricchi, non per chi se la può permettere (a basso costo e ad alta qualità). Decine e decine di persone che imparano anche a convivere nella differenza dei propri percorsi biografici, delle proprie provenienze, non in maniera forzata o militare, ma intrecciando quei percorsi, raccontandoseli, valorizzado quelle differenze in processi inclusivi (per cui si mescolano laboratori di arte visuale dell'Accademia delle Belle Arti con le performance live di artisti hip hop della periferia nord, contaminandosi e trovando – in quel contatto – nuove strade, nuove forme espressive, nuove ispirazioni). Sono cose che chi vive in un centro sociale, dopo un po', dà per assodate, tanto che diventa assolutamente normale che ci si dispiaccia per una mancata disponibilità o si rimproveri un impegno disatteso.Non penso, certo, che un centro sociale sia una comune edenica, autosufficiente, libera e lontana dal brusio degli altri dannati della terra. Non penso, francamente, nemmeno che voglia esserlo. Penso che i centri sociali vivano dentro il focolaio di questioni, contraddizioni, complicatezze del proprio territorio e trovino legittimità (quell'unica forma di legittimità che gli interessa e che riconoscono) nel saper agire in esso, provando a sollevare problemi, ad organizzare risposte, a trovare insieme ai tanti che attraversano quello spazio modi diversi di vivere, che diano il senso di una comunità resistente, che facciano – anche – sentire meno soli. Perché le famose contraddizioni non riguardano il mondo esterno in cui si opera da emissari impassibili, da collettori o riduttori ad uno della pluralità di esigenze e vite di prossimità (il centro sociale non è una casa del popolo, né una sede di partito), ma sono le stesse che sono tracciate sulla pelle degli attivisti che animano quegli spazi: primi ad essere studenti senza borsa di studio, primi ad essere lavoratori a nero, primi ad essere precari, primi ad essere tirocinanti sfruttati, primi ad essere disoccupati, primi a pagare quella crisi che combattono.Ieri sera, nel nostro auditorium, campeggiava uno striscione con la scritta JATEVENNE. È una scritta che, forse, dice molto più di quello che ho provato a dire e lo dice meglio. Dice che non ci importa nulla di riconoscimenti, di regolamenti formalizzati, di istituzionali pacche sulla spalle. Purché ci lascino fare il nostro lavoro, poiché è un lavoro bellissimo, è un lavoro che ci permette di incontrare centinaia di persone a settimana e di ragionare con loro di altri modi in cui il mondo potrebbe funzionare. Un lavoro che prova a ricomporre un tessuto sociale polverizzato dalla crisi del debito, in cui le persone – costrette a correre tra più lavori, tra più incombenze – sono espropriate del proprio tempo, delle proprie passioni, dei propri desideri. Ed allora, forse, nella vita rivendico reddito anche per questo: perché i compagni e le compagne che animano i centri sociali producono una ricchezza rara, non misurabile, punta di diamante del made in italy, provando a ricostruire una richiesta di politica e di nuova democrazia devastata dalla crisi definitiva della rappresentanza, e questa ricchezza deve essere pagata. Perché più saremo costretti a svendere le nostre intelligenze e le nostre forze nel mercato del lavoro e meno potremo fare quelle cose bellissime che facciamo e che l'amministrazione pubblica non è che non sa gestire, ma non sa nemmeno immaginare. Finendo con una battuta: se la cooperazione sociale è il nodo centrale dell'attuale sistema produttivo, i centri sociali sono la forma contemporanea di autogestione delle fabbriche.

* attivista centri sociali napoletani

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