"Contro il TAP non molleremo di un centimetro"

Intervista a Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato No TAP

30 / 3 / 2017

Un'intervista a Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato No TAP che dal 2011 lotta in Salento contro la costruzione del gasdotto che approderà sulle coste pugliesi dall'Azerbaijan, attraversando Georgia, Turchia e Grecia per approvvigionare l'Europa di gas ed i cui lavori preliminari sono appena cominciati.

Nelle ultime settimane ci sono stati proteste e scontri a San Foca, in provincia di Lecce tra la polizia e i manifestanti che protestano contro la costruzione del TAP (Trans-Adriatic Pipeline). Numerose realtà locali e cittadini protestano contro la costruzione di quella che viene vista come l'ennesima opera inutile e dannosa, in particolare per agricoltura e turismo, ricchezze economiche della zona e dell’intero Salento. Puoi farci un excursus sul percorso contro il TAP, prima che la notizia rimbalzasse su tutti i media mainstream?

La battaglia per noi è iniziata nel 2011. È stata una battaglia “di carte” che tuttora ci vede vittoriosi, perché attualmente i permessi per cominciare i lavori non ce li hanno. Il problema è che, di fatto, non ci troviamo in uno Stato democratico: le leggi sono fatte solo per essere rispettate dai deboli e non dalle multinazionali. È per questo che ci troviamo di fronte a questa situazione paradossale, in cui si creano cantieri totalmente abusivi, ma allo stesso tempo avallati e protetti dallo Stato.

Dal 2011 diversi cittadini che sono venuti a conoscenza del progetto si sono organizzati in un comitato, che ha assunto il nome di No Tap. Nel 2012 siamo riusciti a far bocciare una Valutazione d’Impatto Ambientale, abbiamo coinvolto circa 40 sindaci di tutto il Salento, abbiamo costituito, insieme al Comune di Melendugno, una commissione comunale sul progetto Tap (composta da ingegneri, giuristi ed altri esperti). Negli anni successivi abbiamo condotto una campagna di informazione e sensibilizzazione capillare. La battaglia è stata portata avanti “senza colpo ferire”, anche perché non eravamo in presenza di alcun cantiere.

Lo scenario è mutato quando i fautori del progetto si sono resi conto che rischiavano (e rischiano tutt’ora) di non ottenere più i finanziamenti dalla BEI (la Banca Europea per gli Investimenti) e dalla BERS (Banca Europea per la Rinascita e lo Sviluppo). Ricordo in proposito che l’opera è privata, ma i finanziamenti sono quasi esclusivamente pubblici e, come accade per altre grandi opere, ricadono sulle spalle dei cittadini europei sia in termini economici sia ambientali. A questo punto c’è stata la prova di forza. A febbraio il ministro (dello Sviluppo Economico ndr) Calenda è andato a Baku ed è stato bacchettato dal governo azero (che con la SOCAR, State Oil Company of Azerbaijan Republic, è tra i principali azionisti del progetto) per il fatto di non essere riuscito a sbloccare il TAP. Poche settimane dopo il governo ha deciso, scippando gli enti locali delle loro prerogative, di attuare l’estirpazione degli ulivi, per dare un segnale politico ai tanti soggetti interessati alla costruzione dell’opera. Il tutto è avvenuto attraverso una forzatura istituzionale, perché il piano formale dell’inizio dei lavori è coperto solamente da una delibera di un dirigente del ministero dell’Ambiente. Stiamo dunque assistendo ad un conflitto tra due pezzi dello Stato, il governo centrale e gli enti locali, ed in mezzo a questo conflitto ci sono i cittadini che prendono le manganellate.

Per legittimare l’inizio dei lavori c’è chi sta facendo passare una lettura per cui noi stiamo difendendo solo 200 ulivi. Quello che va detto è un’altra cosa: noi stiamo difendendo il diritto della popolazione di autodeterminarsi. E non solo di quella italiana, visto che il gasdotto coinvolge ben 6 Paesi. Io sono da poco andato in Grecia ed ho visto le ruspe in azione contro i terreni dei contadini. E ricordiamoci che siamo ancora in una fase preliminare, dove stanno scavando circa 10 cm di terreno per poggiare i tubi che altrimenti non saprebbero dove mettere.

Questa è una mega-truffa finanziaria lunga 3.500 km ed il risultato è quello che stiamo vedendo. Quando uno Stato finisce i mezzi “della ragione” per far passare l’opera, mette in campo quelli della forza, con la polizia che ha caricato addirittura ragazzini di 14 anni di una scolaresca, mobilitatisi insieme a professori, genitori e centinaia di cittadini comuni.

Oltre al governo azero chi sono gli altri soggetti portatori di interessi all’interno del progetto TAP?

Quello che sappiamo con certezza si basa su dati empirici ed è relativo alle ditte che stiamo vedendo all’opera nel nostro territorio. Dal punto di vista internazionale è molto difficile avere un quadro preciso della situazione. La società ha sede in Svizzera, a Baar (che un paradiso fiscale abbastanza conosciuto), e sono noti solamente i componenti del consiglio d’amministrazione ed il presidente. Di tutte le società che TAP dice di avere in pancia, tipo la British Petroleum, non c’è traccia ufficiale. È lecito pensare anche che ci siano società controllate dallo stesso Stato italiano o addirittura aziende in cui esponenti del governo hanno interessi, come accaduto in altre vicende simili.

La sede italiana di TAP ha presentato il bilancio una sola volta, nel 2014, e risultava un buco di 100 milioni di euro. Nei due anni successivi i bilanci non sono stati presentati ed è plausibile che il buco sia aumentato. Per questo, anche su un piano strettamente economico e fiscale, sembra illogico che il governo continui a sostenere una società che ha i conti in rosso e della quale non si conosce praticamente nulla.

State portando avanti una lotta che riprende delle parole d'ordine di altri movimenti popolari che hanno segnato la storia del nostro Paese, come i No Tav o i comitati contro le trivellazioni. Quanto è importante avere queste esperienze come punti di riferimento per chi si oppone ad una grande opera e ad un modello di gestione del territorio?

Il comitato No TAP ha iniziato facendo informazione, come dicevo prima. Per noi l’obiettivo è sempre stato quello dell’autodeterminazione del nostro territorio, ma anche dell’autodeterminazione soggettiva all’interno della lotta stessa. C’è chi ha il coraggio di stendersi davanti ai blindati o alla polizia in assetto antisommossa, chi mette a disposizione il proprio terreno per costruire un presidio, chi porta qualcosa da mangiare. Ciascuno dà quello che può ed a volte basta anche una pacca sulla spalla di conforto o sostegno reciproco. Questo per noi significa lotta popolare. Se qualcuno vuole metterci cappelli sopra o bandiere è smentito dalla realtà stessa dei fatti.

Nei giorni scorsi il presidente della regione Puglia Emiliano ha dischiarato l’esistenza di un progetto alternativo, più volte ignorato dal governo. Di cosa si tratta e qual è la posizione del Comitato No TAP in merito?

La Regione Puglia ha presentato delle alternative fin dalla fine del 2013 dicendo, giustamente, che il punto d’approdo scelto dal progetto TAP è quello più sbagliato e con l’impatto ambientale più alto. Questo lo dice lo stesso ministero dei Beni Culturali nel suo parere negativo all’opera, in cui sostiene che le tabelle di valutazione sono errate. Questo parere è stato scartato in un consiglio dei Ministri ed il governo ha continuato a perseguire la sua strada.

Noi diciamo però un’altra cosa: quest’opera è inutile e dannosa, in qualsiasi punto venga proposta.

Veniamo ad oggi. Dopo due giorni di reale resistenza dal basso e di lotta popolare i manifestanti continuano a rendere inaccessibile l'ingresso all'area dove sorge il cantiere: tutti gli accessi sono sbarrati al transito veicolare con trincee e barriere ed i lavori sono fermi. La lotta ha pagato, ma voi continuate a dire che bisogna mantenere alta l’attenzione e l’allerta.

Il fatto che oggi non ci siano blindati è innanzitutto il risultato di una lotta popolare, che con tenacia ha combattuto ed ha resistito, anche quando sembrava tutto perduto. Per il futuro prossimo possiamo fare due ipotesi. La prima è che le forze di polizia si stiano attrezzando meglio, per sono state colte di sorpresa dal livello e dall’ampiezza della mobilitazione. La seconda ipotesi è che stiano cercando un accordo politico dopo la figuraccia che hanno fatto in questi giorni. L’unica cosa che al momento sappiamo e che noi non molleremo di un centimetro!

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