Contro il razzismo, ma dentro la crisi

24 / 9 / 2009

La preziosa trasmissione presa diretta di Riccardo Iacona, in onda domenica 6 settembre (Respinti), ha offerto lo spazio per un  dibattito a cui ci sembra doveroso dar seguito. Gli interventi che lo hanno alimentato, come l'appello lanciato da Pierluigi Sullo (Carta), sono una buona occasione, crediamo, per addentrarci in questo scivoloso e drammatico tema che è oggi l'immigrazione, le brutalità che la accompagnano, ma anche e soprattutto le nuove sfide, le difficoltà che pone all'ordine del giorno.

Non c'è dubbio, ciò che sta accadendo lungo le coste del mediterraneo, dai respingimenti spettacolari della frontiera Sud, a quelli più silenziosi, ma non meno brutali, che quotidianamente avvengono nei porti di Venezia, Ancona e Brindisi, devono trovare risposta. Così come deve trovare risposta tutto quel impianto normativo chiamato “pacchetto sicurezza” che parla il linguaggio della barbarie, dello “stigma ufficiale”, come lo ha definito brillantemente Alessandro Dal Lago qualche mese fa, un medioevo dei diritti che pesa su di noi e sul nostro futuro.

Provandoci, provando cioè ad immergerci nella ricerca delle possibili risposte, iniziamo a maturare alcune convinzioni. Una di queste ha a che vedere con l'idea che non sia questo il tempo di chiamare a raccolta i brandelli di ciò che rimane (della sinistra, del movimento no global, o degli anti-razzisti), per produrre semplicemente contro-informazione o peggio, per agire (ovviamente senza risultati) sulle coscienze di milioni di persone, come fossero semplicemente degli idioti abbagliati dagli spot della Lega Nord. Piuttosto ci sembra il momento di elaborare un linguaggio, un pensiero ed una pratica incisivi ed efficaci dentro uno scenario di crisi che ha radicalmente stravolto ogni cosa: elaborare risposte capaci di parlare a molti. E' a partire da questo che, per esempio, la manifestazione del 17 ottobre può diventare un nuovo inizio.

Ovvio che poter apprezzare in prima serata TV le esperienze positive raccolte da presa diretta contrapposte alla violenza prodotta sui corpi dei migranti è una vittoria per noi tutti. Un grande contributo utile a svelare l'ipocrisia che governa il discorso e le norme sull'immigrazione.

Ma sarebbe però sbagliato al tempo stesso non dirci che oggi questo non è sufficiente. Come non è sufficiente per costruire un nuovo lessico politico, e con esso una nuova pratica, raccontare ciò che sta avvenendo nelle nostre città come un abbaglio della politica e dei media.

Perché se è vero che la ricchezza dell'immigrazione rimane spesso occulta, e che il leit motiv sulla sicurezza agita in termini militari ha ridisegnato il corpo sociale, è vero anche che questo terreno non è più aggirabile.

Di questo ci parla la domanda girata a Iacona dal conduttore di Fahrenheit.

Del fatto che gli applausi ai respingimenti, ai militari che pattugliano le città, ai Centri di detenzione, arrivano soprattutto da chi si confronta con la precarietà, con la negazione del diritto ad abitare o con la cacciata delle discariche dal suo territorio. Del fatto, per esempio, che, dentro la crisi, non basta più rispondere al razzismo ed alle leggi ingiuste motivando i tortuosi percorsi delle migrazioni con la fuga dalla povertà. La crisi è globale, la povertà altrettanto, anche nelle nostre città. Come affrontiamo tutto questo?

Sgombriamo subito il campo. Non c'è, in quello che diciamo, nessuna rincorsa al pensiero unico securitario. Fortunatamente noi non abbiamo voti da recuperare e neppure abbiamo mai partecipato alla votazione di leggi razziste o a governi che non le hanno cambiate. Tanto meno viviamo il presente con rassegnazione o pessimismo, anzi. Si tratta invece di provare a leggere la realtà e a maturare un lessico ed una pratica forti, non residuali, in grado di trasformarla.

Per molto tempo l'opposizione al razzismo ha parlato della ricchezza dell'immigrazione. Ma come possiamo pensare che questo sia sufficiente ad invertire la tendenza in questa realtà di crisi?  In una realtà in cui le città e le province sono spesso travolte da spinte identitarie e comunitarie anche da parte dei migranti? Come possiamo tornare a parlare nei quartieri e nelle piazze in tanti di una solidarietà e soprattutto di lotte in grado di fermare il medioevo che avanza? Insieme, clandestino.carta.org, www.meltingpot.org e molti altri, potranno dare un grande contributo a guardare con altri occhi la realtà.

A patto di riuscire a liberarci di troppe convinzioni maturate.

E' il caso per esempio di assumere fino in fondo uno dei tratti dominanti del presente. E' il caso di dirci, senza paura, che la società dalle molte provenienze, dentro la crisi, è scontro. Lo è oggi e lo sarà, ma non ci addentriamo in previsioni (e neppure in auspici) anche quando quei giovani che oggi crescono nelle scuole insieme agli italiani si accorgeranno di essere stranieri, o negri,  perché una legge spietata sarà lì a ricordarglielo. Si tratta quindi di posizionarci in questo scenario.

E' il caso insomma di assumere questo terreno verace, carico di tensione, di contraddizioni, senza negarlo semplicemente perché è reale. Perché altrimenti dovremo continuare a riempire le pagine dei nostri siti, dei giornali, o le trasmissioni, di altri pacchetti sicurezza o di altre ed innumerevoli violazioni dei diritti umani sempre più legittimate dal consenso..

Non ci serve il manifesto dell'anti-razzismo, ma occorre una bussola per orientarci nelle tante contraddizioni che incontreremo. Una traiettoria etica potremmo dire, che ci permetta di stare nel caos che la crisi ha provocato anche nella composizione sociale in cui siamo immersi.

Alcuni terreni su cui ripartire ci sono. La consapevolezza, a patto di riuscire a mettere in discussione molte delle certezze che abbiamo maturato in questi anni, che l'immigrazione come risposta ai richiami del mercato del lavoro non può (e forse non lo ha mai fatto pienamente) spiegare, i fenomeni migratori, confermata per esempio dalla massiccia espulsione dei migranti dal mercato del lavoro. L'idea che oggi parlare di immigrazione (e non solo di immigrati) è affrontare un paradigma della nostra società. Il discorso sull'immigrazione è produzione di governo, prima che di ricchezza. Lo stimolo a ridisegnare le traiettorie che abbiamo delineato nel corso del tempo, ad uscire cioè dall'idea che la ricomposizione dei migranti può avvenire solo sul terreno del loro protagonismo come forza lavoro, per aggredire il razzismo e l'ingiustizia sociale del presente allargando la visuale. Assumendo tutta la problematicità di temi come la differenza, l'integrazione (o assimilazione?) la rappresentanza, l'identità, il meticciato. E poi ancora, la convinzione che quella per il diritto d'asilo sia una battaglia di civiltà che ha a che vedere con la guerra e con le torture, con i trafficanti e le tragedie (colpevoli) del mare. Non c'è possibilità di sottrarsi dal dovere di fermare questa barbarie. Consapevoli che il gioco è però più complesso e ci richiede di rivolgere lo sguardo anche verso lo scontro che continuamente vive nelle nostre città. Uno scenario che non può trovare un antidoto adeguato se viziato dalla sufficienza di chi interpreta il tema delle differenze come qualcosa di ideologico o i migranti come delle semplici vittime che attendono di essere salvate dai professionisti dell'anti-razzismo. Spesso il confronto si accende su temi come l'omofobia, il ruolo della donna, o la religione. Siamo all'altezza di questa sfida?

Io credo di si. Se siamo in grado di sostituire all'ideologia l'inchiesta, alla residualità la voglia di trasformazione.

Consapevoli che sarà il terreno dei diritti e della loro conquista in comune a misurare la capacità nostra e dei migranti insieme di costruire un nuovo futuro.

Foto de L'Angelo viaggiatore

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