Cime tempestose

Note sulla manovra italiana e sulla sua bocciatura dall’Ue.

25 / 10 / 2018

Per la prima volta da quando esiste la “zona Euro”, la manovra economica di un Paese viene bocciata dalla Commissione Europea. Una bocciatura che era nell’aria da qualche tempo e che martedì è stata comunicata ufficialmente dal vice presidente e commissario per la stabilità finanziaria, Valdis Dombrovskis, e dal commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici. «Entro tre settimane l'Italia dovrà presentare alla Commissione europea un documento programmatico di bilancio rivisto» hanno scritto i due al Ministro dell’economia Giovanni Tria.

Non si sono fatte attendere le reazioni. C’è chi sogghigna soddisfatto, soprattutto l’intellighenzia legata ancora a doppio filo con quel bipolarismo ormai d’antan che ha fatto della “stabilità europea” un vero e proprio mantra: basta aprire un articolo a caso di La Repubblica per farsene un’idea. E c’è chi tenta subito la carta della provocazione dal sapore un pò "pecoreccio", come l’eurodeputato leghista Angelo Ciocca che calpesta con una scarpa - «con una suola made in Italy» rimarcata fieramente su twitter - la lettera Ue, a margine della conferenza stampa tenutasi a Bruxelles. Mentre i due vice-premier annaspano, il ministro Tria inizia a cedere sotto i colpi di uno spread mai così in alto dalla metà del 2012. Paradossalmente il più “misurato” pare essere il capo del governo Giuseppe Conte che languidamente annuncia la possibilità di attuare una spending review correttiva.

Sembra profilarsi all’orizzonte un nuovo scontro titanico tra “europeisti” e sovranisti economici (sic!), che ci spinge inevitabilmente nella campagna elettorale per le elezioni europee del maggio 2019 con i condizionamenti di un dibattito quantomeno monco. Siamo sicuri che l’assetto dicotomico in questione sintetizzi al meglio la complessità dell’Europa odierna? Oppure ci troviamo di fronte a una grande bolla ideologica? La mia convinzione è che sia forzato misurare lo spazio europeo solo in conformità a una lotta intestina tra blocchi oligarchici. La fluidità delle categorie politiche del presente accentua una dialettica tra campi apparentemente contrapposti e le vicende legate al primo Documento di Economia e Finanza varato dal governo “giallo-verde”, dimostrano quanto retorica e realtà viaggino spesso su piani molto distanti tra loro.

Come scrive giustamente Andrea Fumagalli nell’articolo Il grande business del debito italiano, la bocciatura della manovra italiana non ha nulla a che vedere con la tanto paventatata autonomia economica del Bel Paese, ma si instaura all’interno dei classici meccanismi di speculazione sugli interessi legati al debito pubblico, che l’attuale governo non si è neppure sognato di arginare. Al di là dei proclami “sovranisti”, l’operazione compiuta dal governo italiano non mira a scardinare gli elementi fondativi del fiscal compact, ma prova solo ad attutirne gli effetti e i parametri nella contingenza. 

Il vincolo sul contenimento del disavanzo pubblico ha rappresentato, negli anni passati, il principale strumento di governamentalità della crisi e continua a essere il dispositivo-principe attraverso cui la finanza regola non solo la fase accumulativa, ma anche quella riproduttiva del capitale. In altri termini, per contrastare realmente il ricatto del debito bisognerebbe mettere in discussione i principi basilari del capitalismo finaziario; cosa che – come vedremo – la manovra del governo giallo-verde non fa. Il Def italiano, pur presentando per la prima volta dopo anni un carattere espansivo sulla spesa pubblica, non rompe la compatibilità con gli assetti politico-economico continentali, anzi – soprattutto sul piano fiscale – mette al sicuro le grandi rendite e i flussi di capitale.  Ed è proprio su questa compatibilità che l’Unione Europea gioca la sua partita, portandola sul terreno dei parametri e vincendo la prova di forza.

Tutto questo prelude all’ineluttabilità del capitalismo finanziario in Europa? Senza dubbio no, ma non saranno di certo i governi nazionali – sovranisti o liberisti che siano – a scardinarne le fondamenta.

Dimmi che Def fai e ti dirò chi sei

«La politica economica è la sintesi dell’ideologia delle classi dominanti in un dato contesto spazio-temporale» diceva Maurice Dobb. La manovra prodotta dal sedicente “governo del cambiamento” non fa eccezione, presentandosi come lo specchio nazional-paternalista che connota l’impianto politico-ideologico dell’attuale esecutivo. Si tratta di un impianto liquido, che talvolta sfugge alle categorie politiche tradizionali perché frutto di una continua mediazione tra due forme “concorrenti” di populismo, spesso in contraddizione tra loro. Mediazioni che spesso lasciano il passo a veri e propri baratti, come accaduto alcuni giorni fa con la tragicomica vicenda della “manina” che stava dando il via libera a un regalo d’altri tempi per i grandi evasori barattato, con leggere modifiche, dal MoVimento 5 Stelle per ottenere il via libera sull’inserimento del condono edilizio a Ischia nel decreto Genova.

La serie di pacchetti contenuti nella manovra è un adeguamento al ribasso di alcuni temi già abbondantemente toccati all’interno del “contratto di governo”, poi polarizzatisi attorno a due elementi, solo apparentemente in contrasto tra loro: il “reddito di cittadinanza” e la flat tax.

Il non-reddito di cittadinanza

Non siamo certo i primi a rilevare la confusione semantica scatenata dall’annuncio del “Reddito!” del  MoVimento 5 Stelle, in particolare durante la campagna elettorale. Una confusione che ha, però, consentito a Di Maio & Co. di raccogliere consensi presentandosi come l’unica forza politica in grado di fare una proposta concreta per il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone.

Di Maio ha bleffato, l’ha fatto in campagna elettorale e continua a farlo da ministro. La proposta contenuta nel Def è ben lontana dall’idea di reddito universale, così come questa è maturata nel dibattito internazionale in quanto forma di retribuzione che superasse i tradizionali ammortizzatori sociali. Questo per almeno tre ragioni. La prima riguarda la platea di soggetti di riferimento, che nella manovra si riferiscono agli appartenenti alla fascia statistica di povertà assoluta (i 780 euro a persona previsti rappresentano la soglia statistica di povertà assoluta in Italia) e non di povertà relativa, che riguarda tutte quelli quelle persone o nuclei familiari che hanno un livello di consumo inferiore a quello della media pro-capite nazionale[1]. In altre parole, il reddito può rappresentare una reale risposta in termini di benessere collettivo se mirata non solamente a chi non ha la possibilità di accedere a beni e servizi basilari, ma a tutti coloro che non riescono ad avere una qualità della vita quantomeno in linea con gli standard medi nazionali.

Il secondo punto riguarda l’incondizionatezza, ossia lo sganciamento del reddito da qualsiasi forma di prestazione lavorativa. Il reddito “alla Di Maio” non riabilita alcuna funzione statale di riassetto sociale attraverso il Welfare, ma introduce pesantemente nel nostro Paese una forma aggressiva di workfare neoliberale. Coazione al lavoro, controllo digitale sulla possibilità di spesa[2], riorganizzazione dei centri per l’impiego diventano una forma di governance della povertà che non ha alcun carattere emancipatorio, ma definisce nuovi e pesanti dispositivi di biopotere sulle fasce economicamente più deboli della popolazione.

Il terzo e ultimo elemento, estremamente connesso con i primi due, riguarda il criterio d’accesso su base etnica alle nuove misure di sostegno. La soglia minima di dieci anni di residenza in Italia, che, di fatto, esclude gran parte della popolazione migrante presente nel nostro Paese[3], se da un lato è coerente con l’istituzionalizzazione delle discriminazioni razziali portate avanti dal governo “giallo-verde”, dall’altro si inserisce in un contesto globale in cui il “diritto differenziale” si è fatto prassi giuridica. In questa dinamica i trattamenti normativi differenziali sono lo strumento attraverso il quale si gerarchizza il corpo sociale, in primo luogo sulla base della “razza” e del genere.

Le caratteristiche appena descritte danno l’idea di come il provvedimento accentui i meccanismi di subordinazione delle classi subalterne più che limitarli, scaricando verso il basso le tensioni sociali dovute alle diseguaglianze e implementando quella competizione intra-classe – italiani contro migranti, “poveri” proprietari contro “poveri” non proprietari[4] - che rappresenta uno dei più potenti elementi di riproduzione del capitalismo contemporaneo.

Una tassazione classista

Per avere una completezza del quadro classista all’interno del quale si muove l’attuale governo, è necessario leggere i provvedimenti di sostegno sociale insieme con quelli che riguardano la fiscalità. La manovra non contiene alcuna ipotesi redistributiva e se è vero che l’aumento della spesa pubblica fino al 2,4% del rapporto deficit/PIL rappresenta – come stiamo vedendo - una sfida “simulata” lanciata a Bruxelles, è vero anche che la produzione di debito pubblico è l’unica copertura immaginata per le misure di carattere sociale. I grandi patrimoni privati e le rendite finanziarie non solo escono indenni, ma addirittura rafforzati dal Def, in particolare attraverso la Flat Tax, che porterà al 33%  - con un abbassamento del 10%! - l’aliquota per i redditi superiori a 75.000 euro e al 23% quella per i redditi inferiori a tale cifra, demolendo qualsiasi principio di progressività della tassazione già minato dalle precedenti riforme fiscali. Per quanto riguarda le partite Iva è previsto un aumento della tassazione forfettaria al 15% fino ai 65.000 euro di ricavi e del 20% dai 65.000 ai 100.000, prevedendo, di fatto, un alleggerimento della pressione solo per chi fattura annualmente oltre i 30.000 euro.

Sfide

Al di là di tutte le criticità più o meno evidenti della manovra, la sensazione è che ci troveremo di fronte a punto di non ritorno per la storia di questo governo. C’è da dire che i due vicepremier hanno giocato bene la carta della comunicazione politica, anche in maniera concorrenziale tra loro, puntando tutto su slogan semplici e persuasivi. Dalla millantata abolizione della povertà alla sfida del deficit, sia Di Maio sia Salvini stanno incarnando perfettamente uno dei cliché del populismo, quello del leader-padre che porta il “popolo” a combattere contro “il mostro europeo”. In realtà entrambi sono consapevoli che l’Europa non è un mostro da cui scappare, ma un terreno da conquistare e per questa ragione la finestra che si apre verso le elezioni europee assume un’importanza notevole.

Paradossalmente chi appare più in difficoltà al momento è proprio Salvini, nonostante i recenti trionfi in Trentino e Südtirol. Con le recenti esternazioni del premier austriaco Sebastian Kurz contro lo sforamento del debito pubblico italiano e i silenzi di Orban sul tema, la sua “internazionale nazional-populista” già scricchiola prima di giungere al vaglio. Questo a dimostrazione del fatto che è facile fare alleanze sulla pelle dei migranti e degli ultimi, molto meno quando sul piatto della bilancia c’è il vile denaro (perdonatemi la semplificazione!).  Ma la partita è ancora lunga, molto lunga.

Dato questo scenario, quali le possibilità e le insidie per i movimenti? Quali le sfide da raccogliere e rilanciare?

Certamente la compagine di governo non è compatta, non per questo però è sufficiente crogiolarsi sulle contraddizioni interne al governo, in quell’attesa messianica del «prima o poi scoppieranno»; d’altra parte  brucia la sensazione di aver subito un doppio scippo da parte del M5S che, dopo aver fatto propria la battaglia sulla redistribuzione della ricchezza, ora procede con proposte del tutto svuotate del portato emancipatorio iniziale.

Come soggettività di movimento non possiamo assistere agli accadimenti storici come semplici opinionisti, ma esserne protagonisti in quanto sovversori. Per questo bisogna partire dalla consapevolezza che, mai come in questa fase, la battaglia sul reddito - incondizionato e universale - debba desettorializzarsi e uscire da un dibattito minoritario e per “addetti ai lavori”. La rivendicazione di reddito – più in generale di giustizia sociale – deve vivere in tutte le lotte che ambiscono a sovvertire rapporti di forza, che sia sul terreno delle lotte ambientali, su quello del razzismo o del sessismo, su quello del lavoro. Lo spazio di riferimento, è inevitabile, non può che essere quello europeo, perché – come stiamo vedendo – è lì che si giocano le vere battaglie.

In secondo luogo, dobbiamo accettare un’ulteriore sfida: sovvertire quel culto della performance, quell’io-impresa che si nutre di competizione orizzontale, di passioni tristi, di narrazioni “comode”. Arrestarne la riproducibilità significa attaccare l’essenza del capitalismo contemporaneo, e non è certo impresa da poco. Ma riteniamo compito nostro, provare a convincere - passateci il termine - la moltitudine precaria e sfruttata che il nemico non è il vicino di casa africano – o l’africano sul barcone -  o il collega di lavoro. Il nemico è, come lo è sempre stato,chi accumula ricchezze, devasta i territori, sottrae diritti e democrazia.

Nessuna morale, badate, ma una necessità storica.


[1] Cfr: A.Fumagalli, Un colpo al cerchio, uno alla botte. Considerazioni (provvisorie) sul Documento di Economia e Finanza 2019, «Effimera.org», 5 ottobre 2018

[2] Su questo specifico tema, che deve essere oggetto di analisi specifica, consigliamo la lettura di: R. Ciccarelli, Il paternalismo digitale di Stato controllerà la moralità dei consumatori poveri, «Il Manifesto», 4 ottobre 2018

[3] Bisogna ricordare che, ai sensi dell’art. 9 della legge 5 febbraio 1992 n. 91, per poter fare domanda di residenza in Italia è necessario essere in possesso di un reddito personale o familiare pari almeno a 8.263, 31 euro nei tre anni precedenti. Per questa ragione gli anni effettivi di vita in Italia per un migrante devono essere almeno 13!

[4] Nello status economico individuale e familiare saranno conteggiate anche le proprietà immobiliari, attraverso l’indicatore Isee

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