Centri sociali e lavoro autonomo

Intervista a Francesco Raparelli, a cura di Radio Kairòs – Bologna

19 / 4 / 2010

D: Nei tuoi ultimi articoli hai scritto che i centri sociali possono rappresentare delle forme di lavoro autonomo. Perché e in che modo?

La riflessione parte da una sfida che poggia su due piani. Il primo è che i centri sociali possono diventare ‒ in alcuni casi già lo sono ‒ degli spazi di organizzazione delle nuove forme del lavoro. Il secondo elemento è che i centri sociali possono diventare ‒ e già in parte sono ‒ delle imprese sociali.

Prima questione: quando si parla di lavoro autonomo si parla di un lavoro che ha bisogno molto spesso di spazio, di servizi, di formazione e di relazioni. Quello che ci stiamo chiedendo a Roma è se i nostri spazi sociali possano diventare propriamente questo: luoghi di servizio rispetto alle tematiche fiscali o giuridiche più generali; spazi per i servizi legati alla formazione, a quel meccanismo di formazione permanente e di definizione di nuove competenze decisivo sul mercato del lavoro autonomo e cognitivo, sul mercato, insomma, del nuovo lavoro terziario; spazi fisici dove poter costruire relazioni e, in alcuni casi, lavorare.

Pensiamo a tutta la vicenda della produzione culturale e del lavoro artistico. I nostri spazi sono da sempre spazi che ospitano produzione artistico-culturale alternativa, ma il nodo decisivo non è tanto e solo ospitare il prodotto finito, lo spettacolo, la mostra o l'evento musicale, ma capire se i nostri spazi possano diventare dei luoghi dove si attivano laboratori e percorsi di produzione, magari anche legati a processi di attraversamento del mercato, del mainstream, o anche di relazione forte con alcuni nessi istituzionali o alcuni canali di finanziamento pubblico.

Si tratta in primo luogo, quindi, di trasformare alcune cose che già ci sono in una sfida semmai più ampia e più articolata.

Seconda questione: il tema degli spazi autogestiti come imprese sociali, come imprese che producono servizi, socialità, cultura.

Questo secondo elemento è strettamente intrecciato al primo, ma riguarda anche e più da vicino quelle nuove esperienze di militanza biopolitica che abbiamo cominciato a fare in questi anni. Una militanza non più segnata dal tratto attivistico-testimoniale, diciamo così, ma segnata fino in fondo dalla definizione di competenze, di capacità e di professionalità.

Attivare una serie di servizi e di dinamiche produttive dentro gli spazi, costituire associazioni o cooperative, cominciare a mettere in rete queste cooperative, federare nella forma del consorzio queste attività che vivono dentro i centri sociali, potrebbe essere un modo per rafforzare una sfida non solo politica ma anche più generalmente economica all'interno della crisi globale e dunque della crisi che tocca in sorte ai precari, ai giovani, a quelli in questa fase più colpiti dalla disoccupazione, dall'assenza di prospettive e di futuro.

Pensare i nostri luoghi non solo come incubatori di imprese di lavoro autonomo, di nuovi lavori e dunque anche luoghi di servizio di assistenza e di formazione, ma anche come luoghi all'interno dei quali vivono esperienze molto precise di impresa, di cooperazione.

Questo è un dibattito che i centri sociali hanno iniziato ad affrontare tanti anni fa. Se vi ricordate, nella metà degli anni novanta si sarebbe dovuto tenere a Livorno un convegno dal titolo Centri sociali: che impresa!, convegno che non vi fu mai ma su cui esiste, comunque, una pubblicazione, abbastanza introvabile, edita da Castelvecchi*, pubblicazione che andrebbe ripresa in mano per capire qual'era il dibattito, ormai 20 anni fa. In alcuni luoghi quel dibattito si è consolidato in esperimenti molto importanti: dal nord-est alla stessa città di Bologna, da esperimenti romani ad alcune cose anche nel nord-ovest.

Ma questo percorso, però, non ha mai più assunto il carattere di un percorso pubblico, di un percorso attorno al quale costruire narrazione, discorso politico. Come se, d'improvviso, il tema dell'impresa sociale fosse fosse diventato il tema dell'organizzazione inappariscente e quotidiana ma non il tema del discorso politico, del dibattito, della proposta politica e strategica. Dibattito che, di converso, potrebbe e dovrebbe assumere i termini della domanda “che cosa siamo diventati?”. E la risposta dovrebbe procedere, senza timidezze: “siamo imprese sociali federate, siamo spazi dell'autogestione che investono sulla tematica del lavoro autonomo e sulla centralità dei meccanismi di imprenditorialità diffusa”.

Questa sfida che DINAMO si è posta, che stiamo ponendo nella città di Roma e agli altri centri sociali, è una sfida che prova a ragionare su qualità, virtù, attitudini, attività, competenze ed esperimenti che si sono sviluppati in questi anni nei centri sociali e prova a capire come trasformare tutto questo in un discorso politico più generale.

D: Questi ragionamenti, che partono dai cambiamenti degli ultimi anni, soprattutto dai cambiamenti dell'attivismo politico, aprono dei ragionamenti anche sugli spazi di indipendenza sociale e sulla creazione di nuove identità. Quello che ci stai raccontando mette a valore queste esperienze reali che già sono in essere.

Si tratta di dar maggior forza alle esperienze reali che si sono date in questi anni proprio perché ci troviamo in una situazione in cui la crisi impone non solo un aggravamento della precarietà, ma anche una ripresa significativa della disoccupazione e della povertà. Si tratta di capire, come fu negli anni Settanta con la vicenda del lavoro autonomo (prendete questo paragone con estrema cautela), se oggi come allora la questione del lavoro autonomo sia anche una questione di exit, cioè di esodo costituente, di costituzione di indipendenza, di elaborazione di strategie alternative alle forme di ricatto imposte dalla precarietà o dalle nuove povertà, dalla disoccupazione, dall'assenza di prospettive e di futuro.

Dentro la crisi, dunque, dire impresa sociale, cooperazione, spazi autogestiti, significa dire: “qui si gioca una partita decisiva, i nostri spazi sono luoghi forti dentro la crisi perché all'interno di essi c'è cooperazione, c'è relazione, ci sono servizi, conoscenze, formazione”. Visto che queste cose sul mercato si pagano e in generale oggi si pagano di più perché sono decisive per sopravvivere in un mercato del lavoro sempre più spietato, noi dobbiamo tentare di rendere pubblico questo ragionamento, partendo da ciò che siamo, ma valorizzando fino in fondo gli esperimenti di autoimprenditoria, di impresa sociale, di cooperazione e anche di servizio e di formazione che sono terreni decisivi dentro la congiuntura singolare specifica che stiamo vivendo (la crisi, la disoccupazione, le nuove povertà). Sono terreni decisivi questi non solo per lo scontro politico, ma anche per definire una exit positiva dalla crisi. E' un discorso che va affrontato con molta delicatezza (intendiamoci!), con grande continuità e con senso del rischio, perché stiamo parlando di cose non facili e, appunto, molto delicate.

D: Va affrontato anche con voglia di mettersi in gioco sul terreno della sperimentazione.

Il problema, però, è definire una sorta di outing corale. Dire che noi siamo già queste cose, lo siamo in parte o lo stiamo diventando, che lo abbiamo imparato diversi anni fa o lo abbiamo imparato da pochissimo. Le esperienze dei centri sociali, infatti, sono, anche e per fortuna, stratificate dal punto di vista generazionale.

Questa dinamica di sperimentazione non va vissuta, però, come qualcosa che accade a lato della prassi politica e del conflitto, perché il nostro modo di fare conflitto sul lavoro e sulla crisi significa anche (non solo chiaramente!) costruire imprese.

Quando diciamo istituzioni autonome e del comune diciamo, probabilmente, anche questo: quanta capacità produttiva ed economica riusciamo a sviluppare all'interno dei nostri luoghi? Quanta militanza riusciamo a far vivere dentro un rapporto stretto tra capacità di conflitto, competenze, conoscenze e processo produttivo, impresa, federazioni tra imprese? L'outing corale è utile anche per mettere quello che noi già siamo, che stiamo diventando e su cui abbiamo sperimentazioni, al centro della questione politica e dello scontro politico e sociale che viviamo intorno al lavoro e alla crisi.

Chiaramente su questo tema si aprono valanghe di problemi: qual'è il rapporto tra impresa sociale e mercato? Qual'è il rapporto tra impresa sociale e finanziamento pubblico? In che modo si definisce uno “statuto dell'attività” all'interno della cooperazione sociale dentro gli spazi? Molto spesso si lavora in condizioni salariali faticose e il termine salario è scorretto, bisognerebbe parlare fino in fondo di forme di reddito e di riappropriazione.

Questi temi, molto delicati e complessi, meritano un approfondimento vero, politico, non tecnico, che accade a lato della discussione politica più generale.

DINAMO prova a mettere al centro del dibattito la questione dei centri sociali non solo perché oggi sono indubbiamente incubatori di lavoro autonomo e luoghi dove si attivano processi di impresa sociali, ma anche perché soltanto mettendo al centro della politica questi elementi virtuosi del nostro agire, del quotidiano “lavoro riproduttivo” degli spazi autogestiti, noi possiamo uscire dai limiti di minoritarismo e di debolezza riscontrati in questi ultimi anni dai centri sociali e rilanciare una sfida in grande che è una sfida di nuove alleanze, di ricomposizione sociale e politica, di nuova narrazione e di nuova utopia.

[* Primo Moroni, Daniele Farina, Pino Tripodi (a cura di), Centri sociali: che impresa! : oltre il ghetto: un dibattito cruciale, Castelvecchi, Roma 1995]

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