Cartoline dal Liviano occupato

Utente: fralub
10 / 12 / 2010

Approfitto del tempo morto di un viaggio Venezia - Parigi che mi porterà a fare visita a un vecchio amico che ormai non vedo quasi più, la vita di ognuno su binari diversi, e incidentalmente (inevitabilmente?) anche a incrociare altri movimenti, la lotta degli Erasmus italiani in Francia che sono curioso di conoscere più da vicino, approfitto di questo tempo morto, dicevo, per ripensare a quello che è stato la settimana scorsa, a Padova, a Lettere e Filosofia, al Liviano.

Il Liviano.

Per chi non è di Padova, il Liviano merita senz'altro una presentazione. "Capolavoro" di Giò Ponti, edificio che incarna come nessun altro, a Padova, lo spirito degli anni '30, dei fasti dell'impero di cartone, con il suo balcone sul quale "c'è posto soltanto per uno", è stato anche la sede della resistenza universitaria degli allievi di Concetto Marchesi, e nei suoi corridoi fin dagli anni '40 gli studenti si fermavano dopo le lezioni a chiacchierare (o meglio, a flirtare parlando di letteratura e filosofia), come racconta Meneghello nei Fiori Italiani.

E il Liviano è stato anche per me, per noi tutti, prima di tutto, il luogo delle lezioni, dell'aula studio, dei dipartimenti, della socializzazione con i compagni di corso, del non vedere l'ora che siano le sette per andare a bere lo spritz, delle attese per gli esami. Un posto nostro, certo, soprattutto a partire dal 2008, dall'Onda che attraversandoci lo ha attraversato e vi ha radicato la pratica delle assemblee, del movimento, dell'autoformazione come mai prima d'allora. Eppure qualcosa mi metteva ancora a disagio, nel Liviano: sarà stata la vastità sproporzionata dell'atrio monumentale, così retorica, o forse l'aspetto truce degli studenti fascisti in giacca e cravatta sugli affreschi alle pareti... Di certo mancava ancora qualcosa.

E poi, il 29 novembre 2010, lunedì pomeriggio, alla vigilia di una giornata che è già storia, se non epos, un'assemblea partecipatissima prende la decisione di occupare. Erano anni che aspettavamo e spingevamo per questa cosa, ma poi è venuta al momento giusto, naturale come un bel frutto maturo, in modo deciso, gioioso e moltitudinario, un modo di cui essere fieri. E allora forse non è banale (o forse sì, ma non mi interessa proprio) dire che sono stati momenti bellissimi, che il lavoro fatto giorno dopo giorno in facoltà paga, che mi sono accorto che non avrei potuto essere da nessun'altra parte, che sono orgoglioso che questi siano i miei compagni. E allora neanche gli squadristi travestiti da studenti sugli affreschi alle pareti, neanche il Tito Livio nell'atrio, "matto, a quattro zampe" (ancora Meneghello) ci faranno mai più paura.

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