Caro Nichi non sono d'accordo ...

17 / 2 / 2011

L’uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita “alleanza democratica” contro Berlusconi, mi trova in profondo disaccordo. Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell’alternativa in questo paese.

Beninteso, con tutta l’umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c’è stato nient’altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue “fabbriche” e dall’idea di “nuova narrazione” sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie. Ma lo stare dentro l’eterno limbo di una transizione che non finisce mai, quella di uscita dal ventennio berlusconiano, evidentemente logora e affatica. E dunque bisogna aiutarci tra tutti, stimolarci a vicenda per non finire in cose già viste, e già sconfitte dalla storia. Veniamo alla questione delle dichiarazioni di Nichi: le considero sbagliate sia nella sostanza che nei “tempi”. Appare quasi superfluo dire che la “mossa del cavallo”, come viene definita, tutta giocata per mettere in difficoltà il quadro dirigente del Pd, è pura tattica. Uno dei mali della sinistra italiana, è questo continuo gioco di tattica, capace di trasformare in politicismo ogni cosa. La tattica, in politica, dovrebbe essere usata con parsimonia, e mai sostituirsi alle ragioni, alle speranze, agli ideali e alle convinzioni. Bisognerebbe, di questi tempi innanzitutto, vergognarsi un po’ di ricorrere a mosse tattiche, esserne onestamente e pubblicamente imbarazzati, perché tattica è un sinonimo ormai di assenza di proposte vere, di alternativa. Suggerire la Bindi come leader di uno schieramento innaturale come quello immaginario che mette insieme tutti, da Fini a Vendola appunto, può apparire “geniale” a chi vive la politica dai Palazzi, a chi la osserva solo tramite sondaggi, organigrammi, equilibri di potere. Per il “popolo” invece, è semplicemente disarmante. Quello stesso popolo che ci crede veramente al fatto che più che Berlusconi, come diceva Vendola, bisogna battere il Berlusconismo. Cioè quel tanto di Marchionne e della Gelmini che c’è dentro i programmi degli oppositori “democratici” di Berlusconi, quella dose di pericoloso giustizialismo che pure anima anche coloro che farebbero di tutto per buttare giù il Cavaliere, quell’idea di etica pubblica che scivola rapidamente verso il moralismo patriottico dei vizi occulti, che sacralizza istituzioni che invece andrebbero rese terrene e contradditorie, e per questo più vicine alla realtà degli uomini e delle donne che dovrebbero servirsene, non esserne prigionieri. E’ un fatto cuturale, prima che politico, e proprio per questo, culturalmente, nessuna tattica può giustificare l’idea che il problema risieda solo in un uomo, per quanto potente ed odioso esso sia. I tempi sbagliati, persino incomprensibili, dell’uscita di Nichi, aumentano la preoccupazione: ma è tattica oppure, peggio, convinzione? Certo, perché quella proposta, forse avrebbe messo in difficoltà il PD e coloro che non vogliono le primarie, se le elezioni fossero alle porte, se il Quirinale si preparasse a sostituire un Governo con un altro, se la Lega togliesse la spina, se, se…ma la vita nuova non si costruisce con i se. Abbiamo già la versione veltroniana, quella del “ma anche”, ci manca solo quella di continui “se…”. Tempistica controproducente dunque, anche rispetto alle migliori intenzioni, e sostanza preoccupante: siamo veramente convinti che, la Santa Alleanza, che si dice dovrebbe limitarsi a fare due o tre cose, sia una strada culturalmente prima che politicamente praticabile? Io penso il contrario. Per “sparigliare” le carte in tavola, servono idee nuove, sul reddito e sul lavoro, sulla crisi ambientale e su quella finanziaria, sul conflitto di genere. Nuove idee e nuove pratiche sulla democrazia e anche sulla rappresentanza, che sono materie in crisi terminale e vanno affrontate con cure shock: le primarie o sono questo o diventano sì una specie di americanata giocata in provincia, come in qualche caso può succedere. Ho imparato anche da Nichi che le proprie biografie vanno superate, se si vuole ambire ad un “comune” politico e sociale. Ma mi spingo a dire che bisogna farlo non solo con quelle personali, ma anche con quelle collettive: bisogna indicare l’oltrepassamento del partito, del sindacato, del movimento così come li abbiamo conosciuti e così come ci siamo rapportati ad essi finora. Anche per questo, l’ordine simbolico che le cose assumono, in questo caso dichiarazioni a mezzo stampa, non può riguardare semplicemente i sondaggi o il consenso: esso stipula con la nostra vita, un patto continuo, producendo l’orizzonte che ci è necessario vedere per potere rimetterci in cammino. Il nostro, di tutti, non può essere che quello di una grande marcia per la democrazia, che si gioca dentro e fuori, nei vecchi meccanismi della rappresentanza in crisi e nelle piazze piene di gente che vorrebbe essere nuova, e quindi ha bisogno di una innocenza che diventa originalità, di un sodalizio che diventi amicizia, di una franchezza che sia verità. Su questo, proprio perché mi interessa contribuire e penso che nulla sia facile, vorrei che si aprisse una discussione.

Luca Casarini

Bookmark and Share