Daodi Abdelaziz, 21 anni, marocchino, ha festeggiato il Ferragosto impiccandosi con i lacci delle scarpe nella sua cella della Casa Circondariale di Padova.

Cani da guardia

Bastardi. A prescindere.

18 / 8 / 2013


Rileva poco che il medico legale, dopo l'autopsia, riferisca di nessun segno di violenza da parte di terzi sul corpo di Daodi  Abdelaziz, 21 anni, marocchino, che ha festeggiato il Ferragosto impiccandosi con i lacci delle scarpe nella sua cella della Casa Circondariale di Padova. Serve invece prendere atto che i 300 detenuti di un giudiziario che ne dovrebbe ospitare 90 non hanno avuto dubbi sul pestaggio inflittogli da una squadretta di agenti della Polizia Penitenziaria. Mettendosi in gioco in una protesta durissima, arrivando a praticare il mancato rientro nelle celle con conseguente intervento dall'esterno di Polizia, Carabinieri e Vigili del Fuoco, pretendendo e ottenendo di parlare con il magistrato di turno. E dopo Cucchi, Aldrovandi, Uva e tutti gli altri non ce la menate con le perizie medico legali, conosciamo la tecnica: bastano due coperte buttate addosso, tre minuti di manganellate e non resta nessun segno.

Quest'ultima morte di Stato arriva appena una settimana dopo che è stato reso pubblico l'assassinio di Bohli Kayes, tunisino di 35 anni, in una caserma dei Carabinieri di Riva Ligure, lo scorso 6 giugno. Morte per asfissia, provocata da una forte compressione del torace ad opera del solito Rambo esagitato di turno: buono per rifilarci la consueta bubbola delle mele marce. Arriva dopo che centinaia di volte è stata denunciata la situazione da girone infernale che caratterizza il Circondariale di Padova, senza che peraltro ciò costituisca elemento di particolare originalità rispetto alla media dei giudiziari, metropolitani e non, affollati da decine di migliaia di cittadini, in maggioranza stranieri, che per la Legge sono innocenti fino a sentenza definitiva. Due settimane dopo che decine di attivisti del Centro Sociale Rivolta, del Laboratorio Morion e del S.a.L.E. Docks hanno concretamente portato la loro solidarietà ai detenuti del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Contestualmente alle centinaia di attivisti che hanno posto sotto assedio il CIE di Gradisca d'Isonzo, espressione massima dell'assenza dei diritti e della negazione della dignità, chiedendone la chiusura.

Daoudi è il suicida numero 35 dall'inizio dell'anno all'interno del circuito penitenziario del nostro paese: 19 gli italiani, 16 gli stranieri, 787 dal 2000. E' l'ultimo risultato delle politiche carcerogene che l'apparato istituzionale, in perfetto stile bipartisan, porta avanti da qualche decennio, salvo buttare periodicamente in pasto all'opinione pubblica qualche “indultino” buono a sfollare di poco e brevemente un apparato che viaggia serenamente verso il doppio della capienza consentita ( quasi 70.000 a fronte di 41.000). Celle di 20 metri quadri con 12 letti impilati in castelli a tre. E stiamo parlando di esseri umani. Ma le statistiche non sono compito nostro: c'è già chi lo fa, e bene.

Ciò che ci riguarda è la determinazione a sottrarsi alla ciclicità dell'indignazione per dare vita a un programma concretamente aggressivo verso le leggi che costituiscono veicolo sistematico di ingresso in carcere. Che hanno nomo precisi e fin troppo noti: Bossi-Fini e Fini-Giovanardi, tre grandi statisti che la Storia ci ha consegnato. Ma è possibile che non si riesca a mettere in crisi un sistema normativo rozzo e intriso di una cultura razzista che appartiene al 4% dell'elettorato, quello sui flussi migratori e un pacchetto di norme che non ha nulla di scientifico e di riconosciuto dalla comunità terapeutica internazionale, quello sulla circolazione delle sostanze stupefacenti? E' possibile che centinaia di persone si debbano suicidare in carcere o decine di migliaia vivere ammassate come bestie in ragione di norme che portano il nome di questi tre pezzi di merda? E' possibile che ogni tre mesi si dia vita a un convegno o occasione di incontro sulla tortura e sull'impunità delle nostre quattro forze di polizia e ogni quattro si registri un episodio come quello di Riva Ligure, destinato a occupare la cronaca nera per non più di una giornata?

E ancora. E' possibile che di nuovo ci facciamo prendere per il culo - come fecero infilando la legge sulle droghe nel pacchetto che governava le Olimpiadi invernali del 2006 - incassando supinamente che nel decreto contro il femminicidio siano inserite norme ad hoc contro i manifestanti della Val di Susa? Le azioni portate avanti dagli attivisti a Venezia e a Gradisca ci dicono di no. Che è da qui che è necessario ripartire per interrompere la conta dei morti da privazione della libertà o per mano di tutori dell'ordine, in divisa o meno. Mentre il tema della giustizia sembra paralizzato dall'assurda questione che riguarda il destino giudiziario di un vecchio imprenditore pluricondannato (e pluriprescritto) vanno tradotti in espressione di forza tutti i ragionamenti condivisi che la lezione di Genova 2001 ci ha lasciato: dalla sistematica impunità delle forze di polizia alla mancata introduzione di norme certe sulle regole di ingaggio, sull'uso delle armi, sull'identificabilità del personale operante, su ciò che di fatto concretizza il reato di tortura. Contestualmente rimettendo energicamente a valore il tema della sicurezza dei diritti: nei CIE del tutto inesistenti, nel sistema penitenziario ostaggio di normative penali indegne (nome compreso) di un Paese che pretende di dirsi civile.

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