Brevi considerazioni sulla strada da Madrid a Napoli: dagli accampamenti degli indignati alle elezioni amministrative italiane

di Francesco Caruso

3 / 6 / 2011

L'eco della vittoria di Pisapia e De Magistris ha travalicato i confini nazionali, arrivando fino allla Puerta del Sol di Madrid, dove migliaia di rivoltosi discutono in queste ore sul se e come mantenere gli accampamenti dell' indignazione.

In verità gli sguardi delle donne e gli uomini di Puerta del Sol si rivolgono non verso l'Italia, ma in queste ore verso la piazza della Bastiglia a Parigi, dove le migliaia di francesi accampati sono state violentemente caricati dalla gendarmeria francese domenica notte, ma soprattutto verso piazza Syntagma di Atene, dove decine di migliaia hanno assediato ieri 31 maggio il parlamento greco, bloccando i deputati all'interno del palazzo fino a notte fonda, quando le cariche della polizia sono riuscite ad aprire un varco tra la folla degli indignati.

Insomma l'Europa mediterranea è attraversata in questi giorni da un vento di rivolta che agita i sonni delle elitè dominanti.

Malgrado il silenzio e il boicottaggio dei mass-media mainsteram, si è messo in moto una dinamica di adozione, adattamento e reinvenzione della rivolta spagnola che ha assunto ormai una dimensione transanzionale.

Se è vero che la connessione simbolica con le rivolte del Maghreb è stato un elemento fondamentale nel passaggio dalla mobilitazione tradizionale del 15 maggio all'accampamento ad oltranza degli indignados (“facciamo come piazza Tahir”), tuttavia gli elementi di significazione del movimento si sono progressivamente ridislocati dalla critica alle degenerazioni e agli incancrenimenti delle democrazie rappresentative occidentali verso le conseguenze sociali della crisi economica neoliberista e le spudorate politiche economiche volte a scaricare i costi della crisi sulle spalle dei subalterni.

Nel cogliere la stretta compenetrazione tra la crisi dei dispositivi di comando strutturali e sovrastrutturali, gli indignados hanno posto la sfida direttamente al cuore dell'egemonia capitalistica; gli ordini discorsivi dominanti sono messi in discussione da un senso comune che travalica slogan di piazza e striscioni di protesta: la crisi la deve pagare non chi l'ha subita, ma chi l'ha provocata.

Un messaggio elementare e limpido contro il quale il richiamo all'ordine del “siamo tutti sulla stessa barca” non riesce più a far presa in quella moltitudine di rematori e mozzi che sudano e si sbattono, soprattutto quando l'esortazione viene da coloro i quali sono comodamente in sdraio a prendere il sole.

La tracotanza e la spudoratezza del potere ha trovato un punto di arresto nell'indignazione.

Indignazione che investe inesorabilmente anche gli istituti tradizionali della partecipazione e della rappresentanza delle domande e delle istanze sociali: l'annichilimento nel ruolo di tutori delle compatibilità sistemiche, la loro sussunzione all'interno delle logiche governamentali di controllo e di gestione della crisi (come dimostrato in occasione della riforma del mercato del lavoro e del sistema pensionistico spagnolo), non fa altro che accentuare quel processo pluridecennale di crisi di legittimità, svuotamento e degenerazione burocratica che investe partiti politici e sindacati tradizionali nell'Occidente.

Sorprende non poco ritrovare in tutte le dichiarazioni degli accampamenti non solo l'affermazione scontata dell'identità antipartitica, ma anche la sistematica accentuazione del proprio carattere antisindacale.

La crisi delle democrazie occidentali e dei suoi istituti tradizionali del resto è una dinamica che investe in modo più o meno accentuato il vecchio continente sebbene, in modo estremamente riduttivo, possiamo cogliere come l'Europa continentale protenda per una fuoriuscita “a destra” dalla duplice crisi economica e politica, come attestano gli inquietanti successi elettorali dei partiti dell'estrema destra, mentre nell'Europa mediterranea queste rivolte popolari segnalano seppur embrionalmente il tentativo di sperimentare possibili fuoriuscite “a sinistra” in termini di sostanzializzazione delle categorie-baule della democrazia e del comune.

Ma allora perchè il vento della rivolta non arriva a scuotere le coscienze e le piazze in Italia?

La colpa chiaramente è ancora una volta del povero Berlusconi.

La sua deriva plebiscitario-populista ha accompagnato l'esautorazione e la crisi di legittimità degli istituti tradizionali della partecipazione verso un sistema videocratico che ha sussunto anche le sue antitesi oppositive, annichilendo e svuotandone la loro portata sociale.

La forza, l'intelligenza e la coerenza dei Michele Santoro in questo senso inseguono e attaccano Silvio Berlusconi sul suo stesso terreno, ma nel mettere a nudo la meschinità e l'arroganza del potere avoca a sé un potere destrutturante che in realtà condensa in sé una funzione-specchio di rilegittimazione del campo e degli attori del gioco, ma anche e soprattutto del ruolo strutturalmente passivo delle tifoserie a bordo campo, cioè in poltrona con il telecomando.

Parallelamente verticalizzazione e personalizzazione esondano come paradigmi politico-comunicativi dominanti anche sulle altre sponde, alcune delle quali tentano una qualche forma di controbilanciamento attraverso la costruzione di organismi intermedi di coinvolgimento e consultazione dal basso, la cui forza deliberativa resta però fragile ed evanescente, in particolare nel momento del discostamento dalle griglie preordinate.

Il movimento 5 stelle (ma lo stesso si potrebbe dire delle fabbriche di niki o della traslazione italica delle primarie americane) è paradigmatico di questo cortocircuito tra orizzonalità comunicativa e verticalità decisionale, accentuato dalla precipitazione elettoralistica che incapsula e mortifica la potenza costituente di queste aggregazioni sociali: se nelle piazze spagnole questa potenza è libera di “scatenarsi” sul terreno della sperimentazione di percorsi altri e alternativi di partecipazione, di costruzione di istituti e istituzioni altre di deliberazione comune e di democrazia diretta, qui invece la stessa potenza resta imbrigliata nella dialettica politica tradizionale.

Che si tratti delle primarie per eleggere un candidato premier o l'elezione di una pattuglia di giovani grillini in Parlamento, si tratta in ogni caso di obiettivi minimali che letteralmente tolgono il respiro e ingessano quello slancio ideale che invece in altre piazze d'Europa riempie le piazze e diventa il motore collettivo della reinvenzione della democrazia.

Non bisogna certo dimenticare l'altra faccia del problema, cioè come le scorciatoie politicistiche offrono un indubbio terreno di validazione ed efficacia, per quanto minimale, rispetto alle “sconclusionate” proteste degli indignados.

 Tuttavia dopo che i disastri sociali del governo socialdemocratico di Zapatero hanno ridotto a zero le speranze di cambiare la rotta attraverso la "svolta" elettorale, agli spagnoli non è apparso altro da fare che affidarsi a sè stessi, soprattutto dal momento in cui le uniche alternative offerte dal sistema elettorale bipolare spagnolo sono sempre e comunque indirizzate verso quello che gli indignados chiamano il partito unico PPSOE (dall'unione delle sigle del PartitoPopolare e del PartitoSocialista).

 L'indignazione è necessaria ma non sufficiente, ripetono ossessivamente autorevoli opinionisti sui media nazionali spagnoli.

Ecco che allora dinanzi alla liquefazione della società postmoderna, dinanzi alle torsioni autoritarie della politica post-ideologica, il campo delle alternative si riduce sempre alla difesa ad oltranza e minoritaria di trincee ormai scavalcate oppure al tentativo di rincorrere queste tendenze nel tentativo di riorientarle.

Gli indignados spagnoli ci suggeriscono invece un cambiamento di paradigma e di prospettiva. Nelle “s/conclusioni” delle infinite riunioni delle commissioni sulla "dinamizzazione assembleare"  si cela probabilmente la partita più difficile, ma anche più avvincente: reinventare la democrazia dal basso, una sfida ambiziosa la cui portata richiama migliaia di persone non solo ad applaudire ma anche a riflettere, discutere, confrontarsi.

Anche gli attivisti storici dei movimenti, comitati e centri sociali che si sono “ringiovaniti” nel tuffarsi negli accampamenti degli indignati, devono fare un passo indietro rispetto al loro background culturale per discutere in modo letteralmente “disarmante” dei presupposti elementari dell'azione collettiva.

Piuttosto che liquidare questa tensione all'interno del dispositivo discorsivo della cosiddetta “antipolitica”, sarebbe opportuno indagare le linee di frattura che intercorrono nella maturazione di questo processo sociale di autorganizzazione ed in particolare nella sua ossessiva ricerca degli anticorpi in grado di garantire un passaggio virtuoso dall'“involuzione burocratica” all' “evoluzione democratica”.

Possiamo, con uno sforzo di creatività e di speranza trovare una connessione politica in grado di legare il moto di indignazione che ha portato alle vittorie elettorali di Napoli e di Milano con le piazze degli indignados spagoli?

Si tratta senza dubbio di un'operazione particolarmente azzardata, malgrado alcune suggestioni riecheggiano nelle piazze arancioni spagnole come nelle piazze arancioni italiane.

In Italia però ci sono le folle arancioni festanti che salutano in piazza i rispettivi “liberatori” della città, in Spagna tante piccole e grandi “Puerta del sol” nelle quali una moltitudine di cittadini indignati si incontra deliberatamente sul terreno della decostruzione e della sottrazione al circuito rappresentativo della politica istituzionale: da questo punto di vista è significativo come gli accampamenti nascono con l'intento di trascinare il proprio messaggio di indignazione e ostilità dalla giornata del 15 maggio verso l'M-22, cioè la tornata elettorale amministrativa del 22 maggio in Spagna.

Poi il fiume di ribellione è tracimato ben oltre, non solo nella dimensione temporale ma anche sul terreno più ostico della ricerca di una più complessa grammatica della democrazia rispetto alla tradizione occidentale della delega elettorale quinquiennale.

Eppur non possiamo non tralasciare come per un brevissimo periodo, da una piccolissima fessura, il vento della rivolta che stà scuotendo in questi giorni l'Europa è passato anche sulla penisola italiana, in un pomeriggio d'inverno, più precisamente il 14 dicembre in piazza del Popolo a Roma.

La connessione tra l'aggravarsi della decadenza del potere istituzionale, afflitto proprio in quelle ore da scandali e intrighi di palazzo, e l'accumulazione della potenza insorgente e costituente sedimentatasi nel ciclo autunnale delle lotte studentesche, ha portato ad una deflagrazione sociale impressionante: l'espressione radicale insita in quel riot urbanoha avuto una relazione collineare di causa ed effetto con l'incapacità di costruzione di finestre più ampie di articolazione della rabbia sociale che cova sotto le ceneri della crisi. Dopodiché probabilmente il tentativo di pressione sociale nei confronti delle strutture sindacali tradizionali ha contribuito più alla scomposizione e alla diluizione spazio-temporale di quest'accumulo, piuttosto che ad una sua riarticolazione di massa.

Questi sommovimenti sociali hanno certamente avuto un ruolo in quel cambiamento del clima politico nel nostro paese registrato anche attraverso la lente pur sempre deformata dei risultati elettorali.

E le vittorie di Milano e Napoli rappresentano un indubbio segnale di rottura dell'incantesimo berlusconiano che per troppi anni ha imbrigliato e soffocato il quadro politico del nostro paese: basta ascoltare i balbettii dei vari La Russa e Bossi, che iniziano a percepire il respiro corto della tattica di sopravvivenza parlamentare incentrata sul responsabile trasformismo del ceto politico parassitario meridionale.

L'elezione in particolare di De Magistris a Napoli segna un elemento di rottura non solo con il decadente berlusconismo, ma anche con lo squallore di una pseudo-alternativa di centrosinistra che dopo aver malgovernato per quasi vent'anni la città non ha saputo far altro che mettere in mostra l'osceno spettacolo di compravendita di voti nelle tanto decantate primarie napoletane. La capacità di proporsi come elemento di rottura del falso bipolarismo partitico, facendo leva sul reticolo sociale di indignazione che lavora da anni "dal basso" nel territorio devastato della metropoli partenopea, può rappresentare la base per un percorso virtuoso di connessione tra autorgoverno del territorio e protagonismo sociale.

Senza lasciarci trascinare da facili entusiami, dobbiamo però ricordare come i successi elettorali possono produrre esiti diametricalmente opposti: possono essere da stimolo per la sperimentazione di percorsi di democrazia partecipativa così come possono diventare strumenti più “raffinati” di controllo e pacificazione sociale rispetto alla truculenza leghista e parafascista della destra italiana.

Possono rappresentare un allargamento della struttura delle opportunità politiche per i movimenti come un trampolino per il rilancio dei tanti cadaveri alla Walter Veltroni.

Determinante non sarà tanto la benevolenza del “liberatore”, quanto la capacità di espressione e di autorganizzazione dell'indignazione dei liberati. Gli accampamenti temporanei di quartiere, che dal 28 maggio stanno sorgendo a Madrid e nelle altre città spagnole, possono essere da questo punto di vista una possibile traccia di lavoro anche qui in Italia, soprattutto perchè si pongono sul terreno materiale della trasformazione dei propri spazi urbani di vita.

Il governo dei quartieri e della città, con la loro prossimità spaziale, possono rappresentare una dimensione concreta di sperimentazione e azione “ciudadana” sulla quale sarà interessante verificare la capacità di cessione di quote di sovranità territoriale verso il basso.

Non si tratta di accentuare il banale decentramento amministrativo ma piuttosto di articolare una decostruzione dell'ipertrofia istituzionale che soprattutto nel mezzogiorno ha giocato di emergenza in emergenza un ruolo determinante come strumento di ridistribuzione selettiva della spesa pubblica.

Tuttavia se l'indignazione spagnola si muove sul terreno lineare della destrutturazione dal basso del potere costituito, in questo caso invece ci muoviamo su un terreno più complesso e contradditorio.

 Una dimostrazione storica di questa contradditorietà ci può essere fornita niente poco di meno che dall'esito disastroso dell'involuzione della rivoluzione russa, del suo passaggio dall'estinzione dello stato - propugnata da Vladimir Ilyich Ulyanov come superamento della dicotomia tra politica e società – alla statolocazia staliniana.

Sull'altra sponda invece ci può venire in aiuto l'esempio virtuoso dei comitati bolivariani nei barrios di Caracas, la loro capacità autonoma di costruzione sociale, di deliberazione comune e di orientamento delle politiche pubbliche verso i problemi reali dei quartieri popolari della metropoli venezuelana.

Alla fine però russi e spagnoli, francesi e venezuelani ci possono certamente offrire suggerimenti e suggestioni, ma sarà sempre nel genius loci, milanese o napoletano che sia, il punto più appropriato per ricercare una risposta alla nostra sete di libertà e di democrazia.

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