Basta attacchi contro l’“ideologia del genere”

28 / 2 / 2019

Pubblichiamo un articolo di Judith Butler uscito su The New Statesmen, tradotto per il sito lavoroculturale.org da Giuseppe Forino, Giacomo Tagliani e Nicola Perugini.

Negli ultimi anni in Europa, America Latina e in alte parti del pianeta si sono levate proteste contro una presunta “ideologia del genere”. In Francia, Colombia, Costa Rica e Brasile le elezioni sono ruotate attorno alle concezioni dei ruoli di genere dei candidati. Negli Stati Uniti sia i cattolici sia gli evangelici si sono opposti a una serie di posizioni politiche spesso associate alla “teoria del genere” o alla “ideologia del genere”: i diritti dei trans nell’esercito, il diritto all’aborto, i diritti dei gay, delle lesbiche e dei trans, il diritto al matrimonio omosessuale, il femminismo, e altri movimenti in favore dell’uguaglianza di genere e della libertà sessuale.

Forse queste reazioni violente contro la “ideologia del genere” hanno iniziato a prendere forma nel 2004, quando il Pontificio Consiglio per la Famiglia scrisse una lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica in cui si faceva riferimento a come il “genere” sia potenzialmente in grado di distruggere i valori femminili a cui la Chiesa è legata, di fomentare il conflitto tra i sessi, e di mettere in discussione la distinzione naturale e gerarchica tra uomo e donna su cui si basano i valori della famiglia e della vita sociale.

Nel 2016 papa Francesco ha poi inasprito questa retorica: «Stiamo vivendo un momento di annichilimento dell’uomo come immagine di Dio». Il papa ha incluso in questo processo di deturpazione «[l’ideologia del] “gender”» e ha esclamato:«Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere».Francesco ha poi messo in chiaro cosa c’è in gioco in questo processo: «Dio ha creato l’uomo e la donna e noi facciamo l’opposto».

Il papa sostiene che la libertà di genere – la libertà di essere o di diventare di un certo genere; l’idea secondo cui vivere scegliendo il proprio genere possa essere l’espressione di una libertà personale o sociale – falsifica la realtà, visto che secondo lui non siamo né liberi di scegliere il sesso con cui nasciamo né di affermare orientamenti sessuali che si discostino da quelli ordinati da Dio. Infatti, i critici religiosi anti-genere vedono il diritto delle persone di determinare i loro orientamenti sessuali e di genere come un tentativo di usurpare il diritto divino di creazione e di sfidare i limiti imposti da Dio all’agentività umana. Secondo il papa l’uguaglianza di genere e la libertà sessuale non solo sono eccessive, ma distruttive – «diaboliche» addirittura.

L’uguaglianza di genere viene considerata da questi critici come una «ideologia diabolica» proprio perché essi vedono la diversità di genere come una «costruzione sociale» contingente imposta contro la distinzione naturale tra i sessi ordinata da Dio. Che i teorici del genere di solito rifiutino l’idea che il genere sia determinato dal sesso che ci viene assegnato alla nascita nulla toglie al fatto che la narrazione religiosa della costruzione sociale come distruzione della realtà creata da Dio offra una rappresentazione provocatoria e deleteria del campo degli studi di genere e della nozione di costruzione sociale. 

Ma se si considera attentamente la teoria del genere, essa non è né distruttiva né indottrinante. In realtà, essa cerca semplicemente una forma di libertà politica per abitare in un mondo più equo e vivibile.

In Il secondo sesso (1949), la filosofa esistenzialista Simone de Beauvoir ha scritto una frase celebre: «Donna non si nasce, lo si diventa». Tale affermazione ha creato quello spazio necessario per affermare che il sesso non è uguale al genere. E, nella formulazione più semplice di questa nozione, il sesso viene visto come un dato biologico, mentre il genere come l’interpretazione culturale del sesso. Una persona può essere nata femmina in senso biologico, ma bisogna poi muoversi attraverso una serie di norme sociali e comprendere come vivere come una donna – o come un altro genere – nella propria situazione culturale.

Fondamentalmente, per Beauvoir, il “sesso” è sin dall’inizio parte della propria situazione storica. Il “sesso” non viene negato, piuttosto è il suo significato a essere contestato: essere considerata una femmina alla nascita non determina quale tipo di vita una donna condurrà e quale significato potrebbe avere l’essere una donna. Per esempio, molte persone trans a cui viene assegnato un sesso alla nascita ne rivendicano un altro nel corso della loro vita. Se sviluppiamo ulteriormente la logica “esistenzialista” della costruzione sociale di Beauvoir, allora si può nascere femmina ma diventare un uomo.

Una variazione “istituzionale” più forte della costruzione sociale è emersa negli anni Novanta e si è concentrata sul fatto che il sesso stesso sia assegnato. Ciò significa che le autorità mediche, familiari e legali svolgono un ruolo cruciale nel decidere di quale sesso sarà una bambina. Qui il “sesso” non viene più considerato come un dato biologico, sebbene esso sia parzialmente determinato all’interno di un quadro biologico. Ma qual è il quadro rilevante per determinarlo come tale?

Prendiamo il caso dei bambini “intersessuali”, nati con caratteristiche sessuali miste. Alcuni medici ricorrono agli ormoni per definire il loro sesso, altri considerano i cromosomi quale fattore decisivo. Il modo in cui tale sesso è determinato è fondamentale: le persone intersessuali sono diventate sempre più critiche nei confronti del fatto che le autorità mediche le abbiano spesso categorizzate in maniera sbagliata e sottoposte a forme crudeli di “correzione”.

Se messe insieme, le interpretazioni esistenzialiste e istituzionali della “costruzione sociale” mostrano che il genere e il sesso sono determinati da un complesso e interattivo insieme di processi storici, sociali e biologici. E, dal mio punto di vista, le forme istituzionali di potere e conoscenza nelle quali noi siamo nati precedono, formano e guidano qualunque scelta esistenziale che ci accingiamo a fare.

Ci viene assegnato un sesso, siamo trattati in modi diversi che comunicano aspettative di vivere come un genere o un altro, e siamo formati dentro istituzioni che riproducono le nostre vite attraverso norme di genere. Quindi, siamo sempre “costruiti” in modi che non scegliamo. E nonostante questo noi tutti cerchiamo di costruirci una vita in un mondo sociale in cui le convenzioni stanno cambiando e dove fatichiamo a ritrovarci all’interno di convenzioni esistenti e in evoluzione. Ciò suggerisce che sesso e genere sono “costruiti” in un modo che non è completamente determinato né pienamente scelto, ma piuttosto intrappolato nella tensione tra determinismo e libertà.

Dunque, cos’è il genere? Un campo di studi distruttivo, diabolico, o indottrinante? I teorici del genere che esigono uguaglianza di genere e libertà sessuale non sono devoti a una visione iper-volontarista della “costruzione sociale” modellata sul potere divino. E nemmeno cercano attraverso l’educazione al genere di imporre la propria visione agli altri. Semplicemente l’idea di genere apre a una forma di libertà politica che consente alle persone di convivere con il genere che è stato loro “attribuito” o che hanno “scelto” senza discriminazione e paura.

Negare queste libertà politiche, come il papa e molti evangelici sono soliti fare, conduce a conseguenze disperate: a chi desiderasse abortire sarebbe impedito di esercitare tale libertà; a gay e lesbiche che volessero sposarsi sarebbe preclusa l’opzione di realizzare questo desiderio; e a coloro i quali volessero assumere un genere diverso da quello assegnatogli alla nascita sarebbe impedito di farlo.

Per di più, le scuole che cercano di insegnare la diversità di genere sarebbero vietate, e ai giovani sarebbe negata la conoscenza delle possibili forme di vita di genere. Tale pedagogia della diversità di genere è intesa dai suoi critici come un esercizio dogmatico che prescrive agli studenti come dovrebbero pensare o vivere. È come se questi critici confondessero deliberatamente un corso in educazione sessuale che – poniamo – presenti la masturbazione o l’omosessualità come dimensioni della vita sessuale con un manuale che fornisca istruzioni agli studenti su come masturbarsi o diventare omosessuali. Invece, è proprio vero il contrario. Insegnare l’uguaglianza di genere e la diversità sessuale pone in questione il dogma repressivo che ha relegato tantissime forme di vita sessuale e di genere nell’ombra, senza alcun riconoscimento e privandole di qualsiasi senso di futuro.

Fondamentalmente, la lotta per l’uguaglianza di genere e la libertà sessuale mira ad alleviare la sofferenza e a riconoscere le diverse vite culturali e incarnate che noi viviamo. Insegnare il genere non è indottrinamento: non dice a una persona come vivere. Piuttosto, insegnare il genere dischiude la possibilità alle giovani generazioni di trovare la propria strada in un mondo che spesso li pone di fronte a norme sociali crudeli e restrittive. Affermare il diritto alla diversità di genere non significa distruggere ma affermare la complessità umana e creare uno spazio dove le persone possono trovare il proprio percorso all’interno di questa complessità.

Il mondo della diversità di genere e della complessità sessuale non sparirà. Richiederà solo un riconoscimento maggiore per tutti coloro che cercano di vivere pienamente il loro genere o la loro sessualità senza discriminazioni o minacce. Chi ricade fuori dalle norme merita di vivere in questo mondo senza paura, di amare e di esistere, e di ambire a creare un mondo più equo e libero dalla violenza.

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