Astenersi perditempo

Da un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia.

2 / 7 / 2013


All’inizio di quest’anno la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha (nuovamente) condannato l’Italia per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante” in riferimento alle drammatiche condizioni in cui versa il nostro sistema penitenziario. Ha disposto inoltre un congruo risarcimento per sette detenuti che alla Corte avevano fatto ricorso, dando ai nostri governanti un anno di tempo per mettere mano a interventi che correggano concretamente le condizioni di vita del pianeta carcere. Diversamente verrà dato luogo ad altri 550 ricorsi in giacenza. In questi sei mesi l’unico cambiamento concreto che è stato dato registrare è quello che attiene al nome del Guardasigilli: oggi Annamaria Cancellieri, già ministra dell’Interno nella precedente compagine governativa. Il decreto varato dal Governo nei giorni scorsi ha infatti come modesto obiettivo quello di alleggerire, entro due anni, di circa 6mila posizioni la popolazione detenuta (cifra ben al di sotto del trend effettivo di ingresso) destinandole non alla libertà, ma alla detenzione domiciliare o all’affidamento in prova ai servizi sociali.

In buona sostanza allo stato il decreto non contiene nulla che possa riferirsi alla modificazione di quelle norme che producono carcerazione inutile ed evitabile, vero nodo storico della questione. Al contrario viene prefigurata l’edificazione, entro il 2016, di 10mila nuovi posti letto che, come spiega il vicedirettore del Dap Luigi Pagano, andrebbero ricavati nelle strutture di Sassari, Cagliari, Oristano, Tempio Pausania, Voghera, Pavia, Cremona, Modena, Reggio Calabria, Catanzaro, riaprendo per un centinaio di detenuti “non pericolosi” anche le famigerate celle dell’isola di Pianosa. Un decreto ancora una volta ispirato al principio della “certezza della pena” - che trova oggi un nuovo alfiere nel Movimento 5S, in buona compagnia di Lega e Fratelli d’Italia - fortemente orientato all’incentivazione dell’edilizia penitenziaria, limitandosi ad ampliare modestamente le possibilità offerte ai collegi giudicanti in tema di applicazione delle misure alternative alla custodia in carcere. Che resta centrale e immodificabile nella sua dimensione simbolica, ma soprattutto in quella concretamente sanzionatoria e afflittiva.

Se quest’inverno le determinazioni della Corte europea hanno suscitato imbarazzo e “avvilito rammarico” nell’allora ministra di Giustizia Severino, questi mesi estivi sono come di consueto dedicati alla demagogia bipartisan sul sovraffollamento e le condizioni di vita indegne di un paese civile. E come di consueto, puntuale, viene agitato il fantasma di un provvedimento di amnistia e indulto con l’unico risultato di produrre ancora maggiore sofferenza tra i diretti interessati, stante la permanente norma che pretende la maggioranza qualificata dei due terzi delle Camere per l’approvazione di tale provvedimento: non occorre essere fini osservatori della politica per comprenderne l’impossibilità di approvazione. Che pure a parole Cancellieri continua a considerare necessaria. Né viene abbastanza sottolineato come più dell’ 80% dei detenuti sia consegnato all’ozio, in mancanza di qualsiasi politica di valorizzazione del lavoro intramurario. Né viene abbastanza ricordata (nemmeno la Corte invero lo fa) la realtà dei Cie, veri non luoghi del diritto, che in Italia sono 13 per circa 1900 posti nominali, ma attraverso i quali passano circa 8.000 cittadini stranieri ogni anno, per un costo complessivo di circa 200mila euro al giorno.

Mentre qualsiasi ipotesi di messa a segno del reato di tortura, in osservanza del dettato Onu e di quello della Corte di Strasburgo, è sistematicamente paralizzata in Commissione Giustizia, sarà agevole verificare se è destinata ad affondare nelle sabbie mobili della demagogia anche la nomina di Mauro Palma a capo di una “Commissione ministeriale sul sovraffollamento degli istituti penitenziari”, avendo lo stesso Palma negli ultimi anni presieduto quel Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti che sistematicamente ha messo sotto accusa i nostri governi. Una commissione con funzioni di consulenza, che entro il 30 novembre prossimo dovrà consegnare al ministro una relazione sul sistema carcerario. In attesa, un gruppo di detenuti del carcere romano di Rebibbia scrive della propria insofferenza davanti all’ipocrisia che ogni anno si rinnova e propone la propria ricetta. “Per alleggerire il peso che grava sulle prigioni non occorrono nuove leggi; occorrerebbe, più semplicemente, l’abrogazione di alcune esistenti. Parliamo della Bossi-Fini, Fini-Giovanardi, delle norme che limitano l’accesso ai benefici penitenziari e della Cirielli” Semplice, no?

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