Anche lo sport scende in piazza il 16 Dicembre

13 / 12 / 2017

A distanza di due mesi dalla storica vittoria della campagna We Want To Play, le polisportive popolari e antirazziste di tutta Italia decidono di tornare in piazza per rivendicare un diritto universale come l’accesso alla pratica sportiva, quale mezzo imprescindibile per l’abbattimento di quei meccanismi discriminatori e irragionevoli che sempre più spesso vediamo promossi tanto a livello istituzionale quanto all’interno della società civile.

LA CAMPAGNA WE WANT TO PLAY E LO SPORT POPOLARE

La campagna We Want To Play rappresenta a oggi uno dei migliori esempi della capacità di un movimento ormai capillarmente diffuso in tutta la penisola, quale quello dello sport popolare, di produrre trasformazioni reali in risposta a esigenze reali. Un movimento che oggi può affermare orgogliosamente che cambiare si può. La direzione di questo cambiamento è una soltanto. Dal mondo dello sport a quello della società nella sua complessità. Dall’egoismo discriminatorio all’affermazione di diritti per tutti. Dal basso verso l’alto. Nello specifico, l’impatto della campagna, nata dalla collaborazione di oltre quaranta tra associazioni, squadre e realtà sportive, per sollevare una critica alle oggettive difficoltà riscontrate nel tesseramento di giocatori stranieri nei campionati di calcio dilettantistici, è da ricercarsi nella sua coerenza con problematiche che non si limitano al solo mondo sportivo. Basta dare uno sguardo d’insieme alla quantità e alla qualità delle iniziative susseguitesi negli otto mesi di attività della campagna per comprendere quanto sia ricco ed in salute il movimento dello sport indipendente e popolare di questo paese. Un movimento che non si accontenta più di ritagliarsi uno spazio di esistenza e di pratica sportiva "anomala", ma che si è dimostrato capace di leggere, anticipare e stimolare la necessità di cambiamenti radicali negli schemi interpretativi e legislativi che normano la società.

DALLO SPORT ALLA SOCIETÀ

Il nostro impegno si basa sulla consapevolezza che le questioni relative alle discriminazioni legate al mondo dello sport sono sintomatiche di una istituzionalità che non riesce o non vuole equipararsi alle esigenze dettate dal momento storico nella quale essa sta agendo. La gestione dei flussi migratori è diventato uno dei principali temi di dibattito dell’epoca contemporanea e le ragioni che hanno determinato l’incapacità italiana ed europea di trovare una soluzioe al problema o quantomeno di essere in grado di focalizzarsi sulle giuste vertenze per riuscire ad affrontare quella che una gestione miope e individualista ha fatto sì che divenisse un’emergenza, sono da ricercarsi anche in aspetti che a primo impatto possono sembrare secondari. Lo sport ne è certamente un esempio. Giorno dopo giorno vediamo applicato un pericoloso scambio nel rapporto causa-effetto. Ciò che si sta facendo è identificare il problema con il migrante in quanto persona anziché nella nostra incapacità di gestirne l’arrivo. L’equazione secondo la quale da un aumento sensibile del numero di migranti derivano i problemi, perde di significato nel momento in cui viene tralasciata la variabile determinante che riguarda la gestione dell’accoglienza. Alla luce di questa analisi, la relazione tra mala gestione dei flussi migratori e relative problematiche legate all’accoglienza, e il nostro operato, diventa piuttosto evidente. Siamo convinti che la soluzione non può essere fermare l’arrivo di queste persone ma può e deve essere ricercata in un miglioramento dei processi di accoglienza, come possiamo pretendere di riuscirci se poniamo delle limitazioni discriminatorie anche per processi basilari come il diritto alla pratica sportiva? La stessa Comunità Europea, nella Dichiarazione di Nizza, riconosce il valore e l’incredibile potenziale che lo sport può avere: “Lo sport è un'attività umana che si fonda su valori sociali, educativi e culturali essenziali. È un fattore di inserimento, di partecipazione, di tolleranza, di accettazione delle differenze e di rispetto delle regole. L'attività sportiva deve essere accessibile a tutte e a tutti, nel rispetto delle aspirazioni e delle capacità di ciascuno e nella diversità delle pratiche agonistiche o amatoriali, organizzate o individuali”. Va detto che per crescere e superare il problema che ci si sta parando di fronte, oltre a combattere le attuali politiche di chiusura, la nostra attività non si può neanche fermare a un discorso di semplice assistenzialismo. La visione per la quale il migrante è semplicemente qualcuno da salvare, è deleteria tanto quanto le politiche europee che stiamo vedendo messe in atto. Accogliere non significa solo garantire un pasto o un tetto, cosa che per altro non stiamo facendo, accogliere significa costruire percorsi di emancipazione. Esistono centinaia di realtà sparse per tutta la penisola che giorno dopo giorno dimostrano che un'accoglienza degna è possibile. Realtà che creano posti di lavoro e reddito, realtà che offrono servizi e che sono indispensabili sia per chi arriva nel nostro Paese che per chi ci è nato o cresciuto. Siamo convinti che il concetto di universalità all’accesso alla pratica sportiva si cali perfettamente all’interno delle dinamiche che caratterizzano la manifestazione di oggi. 

Dinamiche che chiedono di costruire un percorso comune fondato sulla rivendicazione di diritti che dovrebbero essere basilari per chiunque. Isolare le persone non farà altro che accrescere quel meccanismo nocivo che vede una differenza tra noi e loro. Un meccanismo che porta a diffidenza e disperazione e che in nessun modo potrà contribuire a una soluzione del problema.

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