Dal Villaggio Coppola a Castelvolturno. Inchiesta su un disastro in work in progress

All'origine del disastro sociale ed ambientale del litorale domizio

di Emiliano Di Marco

1 / 10 / 2010

Terra di discariche, di latitanti, di costruzioni abusive, di tossici e disperati; il litorale domizio, prima che diventasse l'attuale “sunset boulevard della monnezza”, un territorio deflagrato ed avvelenato dal cemento e dalle discariche, un vero e proprio laboratorio del disagio sociale e psichico, e delle forme peggiori in cui si determinano i monopoli della violenza extraistituzionale, era una costiera immersa nel verde delle pinete ed accompagnata dal profilo delle dune sabbiose.

Gli unici centri abitati, dal Garigliano fino a Licola, erano Mondragone e Castel Volturno, ancora piccoli centri abitati di poche migliaia di abitanti.

Comunità di pescatori e lavoratori della terra, allevatori e servitori dei “signori” che amministravano terre non ancora bonificate, una economia di autoconsumo ed antiche tradizioni basate sul vincolo di sangue e di clan, il retaggio di una storia dura e violenta nei rapporti tra gli uomini e con la natura aspra di queste terre malariche.

Tutta l'area costiera ha pagato, prima ancora dell'assalto finale avvenuto con la ricostruzione post-terremoto, il cambiamento degli assetti politici della Democrazia Cristiana e la crescita esponenziale del fenomeno camorristico a partire dalla fine degli anni '70.

Lungo questo arco temporale, i processi politici attuati a partire dagli anni '50 hanno raggiunto una dimensione industriale e sistemica solo negli anni '80.

Se i politici, gli uomini di potere, un tempo si limitavano ad approfittare delle eventuali occasioni che si presentavano loro per acquisire risorse e quindi potere (Achille Lauro ed i suoi luogotenenti negli anni '50), successivamente divennero più intraprendenti creando, anzi inventando, quelle occasioni, come avvenne nell'era “post-sismica”. La necessità di procacciarsi risorse per fare politica diventava il motore di ricerca dell'opera da cui poter ricavare le risorse stesse (in termini di finanziamento, posti di lavoro, etc.). Tutto questo avveniva con estrema discrezione. Una discrezione che rasentava la segretezza.

Una politica non ostentata, fatta solo di tessere, affari e potere, e rapporti con quell'imprenditoria mafiosa che per due decenni è stata costruita e favorita nell'accesso al credito ed ai finanziamenti pubblici.

Quello che viene proposto in questa “inchiesta”, che per ragioni di spazio è circoscritta ad un periodo che va dagli anni '60 alla prima metà degli anni '70, vuole essere solo una sequenza di scatti, di spunti, per incentivare l'approfondimento della storia complessa di un territorio da interpretare attraverso una molteplicità di chiavi di lettura, una delle quali riguarda principalmente la struttura del potere in Italia ed in Campania nella prima metà degli anni '70, prima della svolta provocata dalla ridefinizione delle dinamiche di spesa pubblica, e di accesso alla stessa, causata dal terremoto del 1980.

La comprensione delle dinamiche politiche attuato dallo Stato, mobilitando interessi ed attori territoriali è fondamentale per comprendere la stessa evoluzione del fenomeno mafioso casertano, che può essere interpretato nella sua sussunzione all'interno della crisi del monopolio della violenza statale negli anni '70.

Un Ras della DC all'origine del disastro...

Giacinto Bosco, nato a Santa Maria Capua Vetere, è stata la personalità politica che, più di tutte, tra gli anni ’50 e ’70, ha esercitato un incontrastato potere sulla provincia di Caserta. Uno tra i principali responsabili delle dinamiche che hanno prodotto selezione nella classe politica ed imprenditoriale casertana.

Da giovane, protetto dallo zio, Raffaele Perla, presidente del Consiglio di Stato, verso la metà degli anni venti si trasferì a Roma, dove fu introdotto alle logge massoniche ed iniziò la sua carriera fascista negli stessi anni in cui il regime abolì la provincia di Terra di Lavoro, considerata “terra di latrones”, arrestando migliaia di guardiani mazzonari, e “capintesta”. Tra le cause che portarono allo scioglimento della provincia anche l'infiltrazione della massoneria all'interno del PNF casertano, diventato un ostacolo per il dittatore fascista.

Al riparo dalle vicende locali, verso la metà degli anni trenta Bosco fondò e diresse, fino a guerra inoltrata, una rivista di studi politici internazionali, pubblicata a Firenze dal 1934. La Rivista di Studi Politici Internazionali, diretta da Giacinto Bosco e Jacopo Mazzei, pubblicò fin dai suoi primi numeri contributi politici e scientifici di grande attualità, sempre di primo piano, influenzando notevolmente la politica estera del regime fascista.

Nel 1948 Giacinto Bosco si iscrive alla Democrazia Cristiana che però, alle elezioni del 18 aprile, gli rifiutò la candidatura. Fu eletto senatore tra le fila del partito monarchico, per il collegio di Santa Maria Capua Vetere-Aversa. Sospeso dalla DC, fu reintegrato nel 1953 e ricandidato nello stesso collegio. Rieletto senatore diventò sottosegretario alla Difesa nel governo De Gasperi (luglio agosto 1953), mantenendo l’incarico nei successivi governi Pella, Fanfani, Scelba e Segni.

Negli anni successivi è stato ministro di Grazia e Giustizia,  del Lavoro e della Previdenza sociale, delle Finanze, delle Poste e Telecomunicazioni.

In tutta la sua carriera politica Giacinto Bosco riuscì sempre a trasformare gli incarichi di governo in fabbriche di clientele e profitti.

Legato ad Amintore Fanfani, nella DC è stato uomo di destra e di sinistra, a seconda delle circostanze. Da sottosegretario alla difesa cominciò subito a distribuire appalti per le forniture delle forze armate in provincia di Caserta.

Promosse cooperative di lavoro in diversi settori, soprattutto nell’edilizia, per canalizzare i finanziamenti.

Nel 1958 fu eletto nel collegio senatoriale Sessa Aurunca-Mondragone-Piedimonte Matese, dopo aver versato 90 milioni di lire nelle casse della DC ed estendendo la rete delle clientele attraverso la costruzione di scuole, e l’immissione di insegnanti e bidelli.

Nel 1972, con Giovanni Leone presidente della repubblica,  Giacinto Bosco, rieletto senatore, fu nominato vice presidente del CSM. La sua nomina al CSM avviene in un momento storico delicato. Nei primi anni 70 si verificano le prime insabbiature delle inchieste sulle bombe e sulle stragi della “strategia della tensione”. Bosco si adoperò nel suo delicato ruolo, adoperandosi per ritardare i processi a carico dei notabili legati alla DC.

Nel 1976 viene nominato rappresentate dell’Italia presso l’alta corte di giustizia della CEE a Bruxelles.

Tessere affari e potere...

Mentre i fanfaniani di Giacinto Bosco mantenevano legami con gli interessi economici locali delle forze generalmente più arretrate e conservatrici, la progressiva crescita della corrente dorotea all'interno della DC casertana, dovuta al controllo dei flussi creditizi pubblici e privati ed al controllo dei pubblici investimenti fin dagli anni '50, nel corso degli anni '70 fece della  di Silvio ed Antonio Gava la diretta espressione di forze economiche locali in fasi di espansione e di rapida accumulazione di capitale.

I Gava diedero impulso, sul territorio campano, alla costruzione di una base economico-politica fortemente filo-governativa, reclutando (sopratutto a Napoli e provincia) nel settore delle professioni, e mobilitando le classi popolari attraverso la creazione di un vero e proprio sistema clientelare di “massa”. Tale politica del controllo elettorale era funzionale alla costituzione delle mediazioni con il livello politico-nazionale.

 In sostanza, anche in confronto al populismo di Achille Lauro ed alla personalità di Bosco, Antonio Gava introdusse all'interno della politica campana la forma del clientelismo verso l'istituzione, piuttosto che verso la persona.

Fino al 1974 il clientelismo era stato molecolare e familistico. Il disoccupato faceva anticamera per mesi e per anni nei partiti, nelle segreterie dei politici di governo e nelle sedi dei sindacati. La transazione era in genere individuale, molecolare e la singola assunzione assicurava il consenso generalizzato di un intero parentado funzionando anche da propulsore di aspettative che garantivano altri consensi.

Nel corso degli anni '70, il modello paternalistico clientelare di Giacinto Bosco si scontrò, cedendogli il posto, con il più “moderno” modello clientelare doroteo fondato sulle istituzioni e sulla mediazione con il governo per determinarne i flussi di spesa.

La debolezza della struttura industriale dei territori casertani e nel napoletano porterà, tra gli anni '70 ed '80, il sistema di potere democristiano a valutare positivamente la funzione stabilizzante del riciclaggio di denaro illecito, all'interno dei flussi finanziari, rendendosi complice della diffusione del fenomeno eversivo-criminale della nuova organizzazione camorristica.

Il sistema di potere piramidale della corrente dorotea, insidiato dall'ascesa di Ciriaco De Mita, diventato segretario regionale nel 1982, vedrà in seguito il coinvolgimento anche di altri raggruppamenti esterni alle DC e le sue correnti, come il PSI di Di Donato, il PLI di Di Lorenzo, il Partito repubblicano ed il PSDI.

Giacinto Bosco, massone, iscritto alla loggia coperta di Piazza di Gesù “Giustizia e Libertà”

Dopo il 1945, lo scontro internazionale generato dalla guerra fredda e l'acuirsi della tensione tra  il Partito Comunista Italiano ed il blocco conservatore, crearono il clima ideale per far nascere le “logge coperte” ed i “raggruppamenti riservati” all'interno della massoneria italiana. La massoneria perse la sua principale caratteristica di fronte laico e divenne terreno di coltura di interessi economico finanziari forti, ammantati spesso di giustificazione ideologiche o strategiche.

All'interno del Grande Oriente d'Italia nacque la P2, ma sorsero logge coperte anche all'interno dell'altra grande corrente massonica italiana, quella di Piazza del Gesù.

Una di queste logge, “Giustizia e Libertà”, aveva tra i propri membri l'ex presidente del senato e senatore a vita Cesare Merzagora, i generali Giuseppe Aloja e Giovanni De Lorenzo, il fascista Giulio Caradonna, i democristiani Giacinto Bosco, Marcello Simonacci, Eugenio Gatto ed il socialdemocratico Luigi Preti.

La loggia era affidata a Giorgio Ciarrocca, direttore generale della RAI. Presenti nella loggia anche uomini d'affari e “boiardi” di stato come Eugenio Cefis (considerato il vero fondatore della loggia P2), Leopoldo Medugno, dirigente delle partecipazioni statali, Giuseppe Arcaini, presidente dell'Italcasse, Enrico Cuccia (dal 1955) ed  il governatore della banca d'Italia Guido Carli (dal 1967) e Michele Sindona.

Importanti anche le presenze di Raffaele Ursini (l'uomo del crack della Liquigas, amico e maestro di Ligresti), nonché di militari di alto rango, come Corrado Sangiorgio, generale di corpo d'armata dei carabinieri e Arnaldo Ferrara, capo di stato maggiore dei carabinieri.

Nella loggia si segnalavano inoltre diversi esponenti del mondo della politica e degli affari legati ad Amintore Fanfani, come Stelio Valentini, della magistratura come il giudice di cassazione Carmelo Spagnolo (massone dal 1947, fu indiziato di reato nel 1974, in seguito allo scandalo  Mangano-Coppola, in relazione ai rapporti tra mafia e polizia).

In una loggia così non poteva mancare un mafioso, ed infatti a coprire questo ruolo troviamo Don Agostino Coppola, economo della cattedrale di Monreale, nipote del boss Franck Coppola, legato a Luciano Liggio e Pippo Calò (Agostino Coppola, tramite dei corleonesi per il riciclaggio, fu condannato in seguito a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa).

A giustizia e libertà apparteneva anche un alto prelato, mons. Franziskus König, arcivescovo di Vienna e cardinale.

Quando nel 1973 venne realizzata la fusione tra la massoneria di Piazza del Gesù e quella di Palazzo Giustiniani - riunificazione realizzata ad opera di Lino Salvini – gli affiliati di “Giustizia e Libertà” furono assorbiti dalla loggia P2 di Licio Gelli, tuttavia tra i documenti sequestrati a casa di gelli nel 1981, con i quali emerse l'elenco della loggia Propaganda 2, i nominativi degli aderenti a “Giustizia e Libertà” non vennero rinvenuti.

Il segretario particolare di Giacinto Bosco, Nicola Falde

Segretario particolare di Giacinto Bosco, oltre che suo strettissimo collaboratore, era un colonnello del SID, originario di Santa Maria Capua Vetere, Nicola Falde, che seguì il politico sammaritano nella sua carriera politica nei ministeri dell’istruzione, del lavoro e della giustizia, tornando poi nei ranghi delle forze armate con il grado di tenente colonnello

Nicola Falde divenne famoso, nelle cronache nazionali, in occasione della morte del colonnello del SIFAR, Renzo Rocca, uno degli uomini chiave nelle attività dei settori dei servizi segreti italiani più legati alle operazioni clandestine della CIA in Italia, che venne trovato morto con un colpo di pistola sparato alla testa nel suo ufficio di Via Barberini a Roma il 27 giugno 1968.

Sulla stampa venne dato ampio risalto alla tesi del suicidio. Il giudice, Ottorino Pesce, che trovò sei motivi per credere a un delitto commesso per eliminare Rocca venne estromesso dalle indagini poco dopo.

La morte del colonnello Rocca si colloca in un periodo di cerniera tra due epoche, tra il golpe De Lorenzo e l'avvio della “strategia della tensione”. La concomitanza della morte di Rocca con l'avvio dell'inchiesta parlamentare sul tentativo di Golpe De Lorenzo del 1964, portò molti opinionisti a dubitare della tesi del suicidio.

Il colonnello Rocca dal 1950 dirigeva l'ufficio SIFAR-REI, un ufficio creato formalmente per occuparsi del controspionaggio industriale, sostanzialmente per gestire, in nome del partito di governo, i traffici politico-finanziari diretti ad espandere il potere democristiano.

La funzione ufficiale del REI era, o sarebbe dovuta essere, di tutelare la segretezza dei brevetti industriali, di sorvegliare il commercio delle armi tra le industrie italiane ed eventuali acquirenti esteri. La realtà era ben diversa e molto più articolata. Secondo lo studioso Zangrandi “(...) sin dagli anni '50, come capo del REI (l'ufficio di controspionaggio industriale) Rocca era stato impiegato per raccogliere finanziamenti 'anticomunisti' nel mondo della grande industria dove Taviani lo aveva introdotto.(...) Per le mani di Rocca erano passati centinaia di miliardi (compensati con commesse militari, appalti, esenzioni, licenze d'esportazione di armi, etc.) che sempre a suo mezzo erano finiti a partiti e gruppi politici”.

E' questa una attività la cui origine risale all'inizio della guerra fredda, che inizia dopo le elezioni del 18 aprile 1948 e la costituzione del SIFAR, 1° settembre 1949.

Al colonnello Rocca, ai suoi rapporti con Vittorio Valletta, amministratore delegato della FIAT, ed al rapporto tra Rocca ed il provocatore torinese Luigi Cavallo, viene fatta risalire la vicenda degli incidenti provocati il 9 ottobre 1963 in occasione di un comizio sindacale a Roma, indetto per lo sciopero degli edili, episodio che anticipò il tentativo golpistico di De Lorenzo del 1964.

Ferruccio Parri, chiamato a testimoniare davanti alla commissione parlamentare d'inchiesta dichiarò che i gruppi creati dal SIFAR erano formati da “(...)civili, ex militari, ex carabinieri (…) di congedati dalla marina militare. Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare questo colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche con funzione di agenti provocatori, con funzione di squadre di appoggio dei reparti di carabinieri. (…) Ma non si tratta neanche di carabinieri, si tratta di ragazzi di avventura che. Messi in contatto con un ufficiale dei carabinieri, avevano persino avuto un po' di armi, un po' di moschetti, avevano avuto delle divise”.

Oltre al reclutamento paramilitare il REI, per tutto il periodo tra la fine degli anni '50 e gli inizi dei ''60, sotto la direzione di Rocca coordinò la distribuzione dei fondi occulti che la Confindustria stanziava per combattere il Partito Comunista, finanziando una miriade di pubblicazioni. I rapporti tra il REI e la Confindustria erano tanto stretti che l'associazione degli industriali aveva addirittura un ufficio nello stesso stabile .

Nel 1967 Rocca, venne sostituito all'ufficio REI da Nicola Falde, che guidò questo ufficio fino al 1969.

In seguito l'attività del REI si ridusse di molto, pur non perdendo importanza. Il RIS, l'ufficio Ricerche Speciali che ne raccolse l'eredità mantenne la funzione istituzionale di controllare il commercio delle armi con i paesi esteri, un settore in cui le “deviazioni” sono continuate per decenni.

Chiamato a testimoniare sull'ufficio REI dalla Commissione parlamentare sulla P2, il colonnello del SIFAR Nicola Falde dichiarerà che il REI aveva svolto numerose attività di carattere politico mobilitando gli uomini di Gladio ad esempio - ed è quanto emerse anche dalle indagini di Felice Casson - durante gli scioperi degli edili a Roma, nel 1963. I gladiatori si affiancarono alla polizia indossando tute mimetiche o divise da poliziotto durante il sanguinoso pestaggio dei manifestanti (duecento feriti).

Nel biennio 1967-1969 Henke, con il sostegno di Moro, procedette ad isolare gli uomini del SIFAR che erano stati fedeli a De Lorenzo causando uno scontro interno ai servizi segreti. Lo stesso biennio è considerato dagli studiosi dei servizi segreti come “preparatorio alla strategia della tensione”

Il 22 ottobre del 1968 Mino Pecorelli fondava lʹagenzia di informazioni “OP”, con autorizzazione del tribunale n. 12418. Nicola Falde, che fu per qualche tempo direttore responsabile di OP, rivelerà anni dopo che lʹagenzia fu voluta dallʹammiraglio Henkeʺ...per scopi inconfessabili...ʺ. Falde è stato direttore di OP prima da solo, poi insieme a Pecorelli, la collaborazione si interruppe nel 1974.

Il ruolo di Falde in OP ebbe rilevanza a partire dal 1973, quando si fecero più forti le pressioni del generale Miceli su Pecorelli affinchè desistesse dall'attaccare esponenti democristiani e del vaticano.

La collaborazione tra falde e Pecorelli avvenne in concomitanza con l'avvio dello scontro finale tra le correnti all'interno dei servizi segreti italiani (scontro tra Miceli e Maletti).

La cementificazione del litorale domizio

Negli anni ’60 è Giacinto Bosco il principale “padrino” della speculazione edilizia in provincia di Caserta, prima su Baia Domizia (nel comune di Sessa Aurunca) e poi del Villaggio Coppola di Pinetamare (comune di Castel Volturno), dove insieme a membri della sua famiglia aveva degli interessi diretti.

Giacinto Bosco, che presenziò in pompa magna alla posa della prima pietra del Villaggio Coppola, negli stessi anni sponsorizzava anche la ben più lucrosa lottizzazione di Baia Domizia, su un piano realizzato da Piero Montini, nipote di papa Paolo VI, con i costruttori padovani Longato, che con l’operazione finanziarono a colpi di mazzette il comitato provinciale della DC casertana per anni.

Baia Domizia diventò poi, per poco meno di un decennio, a partire dal 1968, una spiaggia alla moda, frequentata dalla borghesia napoletana ed dai notabili casertani che disdegnavano Villaggio Coppola, in quanto “covo di mafiosi”.

La prima pietra fu posata il 27 luglio 1965. Baia Domizia nacque per iniziativa di alcuni grossi imprenditori veneti riuniti nella “Aurunca Litora” SpA. Il presidente della Aurunca Litora, il “padre” di Baia Domizia, fu l’imprenditore padovano Giuseppe Longato in quegli anni uno dei più grossi produttori di mobili componibili e complementi d’arredo di “design” d’Italia.

L’iniziativa, tipica dello “spirito” di quegli anni, durante i quali tutto appariva possibile indipendentemente dal contesto, fu un esempio tipico della commistione tra affari e politica tra speculatori edili, la potente Democrazia Cristiana veneta di Mariano Rumor e la corrente democristiana di Giacinto Bosco.

E' all'inizio degli anni '60 che i fratelli Vincenzo e Cristoforo Coppola, ex commercianti di baccalà, originari di Casal di Principe, divennero improvvisamente potenti costruttori edili dopo aver mandato avanti per anni la propria impresa con i lavori del consorzio di bonifica del “Basso Volturno”, realizzando il Villaggio Coppola di Pinetamare, sotto la protezione dei potenti ras della democrazia cristiana, il fanfaniano Giacinto Bosco ed il figlio, Manfredi Bosco.

L' avventura di costruttore abusivo di Vincenzo Coppola, cominciò sui terreni di proprietà del fratello, Cristoforo, costruttore anche lui e per quindici anni consigliere comunale democristiano a Castelvolturno. Cristoforo aveva acquisito i terreni dalla famiglia della moglie, sorella di Tiberio Cecere, ex parlamentare democristiano. In base ad un decreto Regio del 1911, la famiglia Cecere era proprietaria dell’intera area della pineta che dava sul mare. L'area non era circoscritta e i Coppola per effettuare una perizia attesero una forte mareggiata per impadronirsi della porzione più grande possibile di pineta.

Il primo nucleo del Villaggio Coppola sorse su quei terreni, ma per realizzare il mastodontico Villaggio Coppola le aree non bastavano. L' impresa sconfinò, occupando di volta in volta le aree limitrofe, senza badare alla effettiva proprietà. Con 500 licenze furono costruiti 12000 vani.

Nel 1964, la commissione edilizia del comune di Castelvolturno, ancora privo del Piano regolatore, inviò in tempi record al sindaco, soli due giorni, le autorizzazioni, in centinaia di licenze edilizie singole (su ogni foglio 20 licenze) per la costruzione di 8.000 vani, un milione e mezzo di metri cubi di cemento. La lottizzazione su un terreno di proprietà di Cristoforo Coppola si estese su trentamila metri quadrati di terre demaniali occupate abusivamente e sfregiate per sempre.

Sulle dune in riva al mare di proprietà dello stato sorse una intera città con annesse villette, negozi, uffici e zone a verde all'ombra di otto torri di 12 piani con 80 appartamenti ciascuna e 1300 posti auto. Le torri, costruite a poche decine di metri dal mare, non affacciavano sul mare ma sul villaggio stesso.

La capitaneria di porto segnalò subito la violazione delle norme di costruzione di salvaguardia per l'ambiente, ma la magistratura non intervenne.

La Rivolta del 1969

Il 16 e 17 maggio del 1969, poco più di un mese dopo gli scontri di Battipaglia (10 aprile 1969), causati dalla chiusura di un tabacchificio e di uno zuccherificio, durante i quali morirono una donna ed un ragazzo, anche Castel Volturno conobbe una sollevazione popolare che ebbe risalto mediatico nazionale.

Per due giorni centinaia di braccianti, operai e manovali, bloccarono la domiziana erigendo barricate, invadendo la sede locale della Democrazia Cristiana e bruciandone le suppellettili in piazza, occupando il municipio, l’ufficio delle imposte e la sede del consorzio di bonifica “Basso Volturno”. Alla rivolta aderirono

anche i commercianti con una serrata.

Trattata ingiustamente dai media per una jacquerie contadina, la rivolta covava da tempo, ma fu occasionalmente motivata dalla decisione del sindaco Alfonso Scalzone di rimuovere dalla centrale piazza Annunziata un “monumento” cittadino per fare posto ad un “impianto per carburanti.

Il problema era solo un pretesto, in realtà il monumento non era niente altro che una stele realizzata nel 1936 e dedicata ad un aviatore, Mario Ricci, precipitato mentre sorvolava la zona.

Il migliaio circa di persone che si radunò nella piazza del paese, al segnale del rintocco della campana delle 8 del mattino, si divise subito per bloccare il ponte sul Volturno e la statale 264 per Capua.

La folla dei rivoltosi era composta in buona parte da contadini che non avevano ricevuto nessun risarcimento dalla ondata di piena del fiume Volturno, verificatasi nel dicembre precedente.

Il “Comitato Cittadino Unitario”, coordinamento delle agitazioni, tra i quali spiccavano le figure di Mario Luise, consigliere comunale del PCI, Alfonso Boscone, Franco Sapio, Francesco Buffardi, Salvatore Noviello e Carlo Paparo, riunitosi in assemblea, pose come condizione per la fine della ribellione, attraverso il foglio “L’informatore di Castevolturno”: le dimissioni del sindaco e della giunta, lo scioglimento del consiglio comunale, la nomina di un commissario prefettizio, il risarcimento, o lo sgravio fiscale, per chi aveva subito danni dall’alluvione, la costruzione di una strada per il mare e la delimitazione del demanio comunale e marittimo.

Alla riunione che si tenne in prefettura, fino a tarda notte, parteciparono i senatori Coppola e Lugnano, i deputati Manfredi Bosco, Raucci, Alfano ed i segretari della Democrazia Cristiana e del PCI, Santonastaso e Bellocchio.

Il 19 maggio si dimise il sindaco Scalzone e la situazione ritornò alla normalità.

Castel Volturno,che nel 1969 contava appena 4.000 abitanti, e che vedeva crescere la speculazione edilizia sul litorale domizio, non era sta toccata dal “benessere” ed era governata da un monocolore DC, la cui giunta si era formata nel 1964, dopo l’ingresso di 15 dei 16 consiglieri eletti dalla lista civica “La Vanga” nella Democrazia Cristiana, e dalla conseguente uscita dal partito dei 4 consiglieri eletti nella lista DC.

La rivolta portò alle dimissioni del sindaco Scalzone, ed alla vittoria elettorale di una lista civica costituita dal PCI e da elementi della democrtazia cristiana. Le giunte del sindaco comunista Mario Luise ingaggiarono uno scontro legale con lafamiglia Coppola per la restituzione dei terreni occupati abusivamente, che non ha avuto successo solo per l'azione concomitante delle sostituzioni dei magistrati che indagavano sugli abusi, e dalle gravissime intimidazioni camorristiche subite dal sindaco Luise. Le giunte di Mario Luise ebbero vita breve, fino al 1976, quando con la scofitta elettorale e la necessità dell'ex sindaco comunista di trasferire sé e la sua famiglia a Caserta, per proteggersi dalle minacce della camorra, che arrivò a far esplodere un ordigno nella sua abitazione, il territorio perse uno dei suoi referenti carismatici per contrastare l'ascesa del potere del clan Bardellino.

Continua...

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