Victor Hugo è l’urbanista di riferimento che Alemanno ha scelto per radere al suolo Horus.

Alemanno & Victor Hugo

di Antonello Sotgia

Utente: Lukone
6 / 10 / 2009

Horus non è solo uno spazio oggi “occupato” che, soltanto qualche tempo fa, era un luogo di spettacolo. Nato come “servizio” ha partecipato al conflitto che a Roma, fin dal suo essere stata scelta quale capitale del paese, è stato rappresentato tra chi l’avrebbe voluta città manifesto fisico, in pietra (prima) e cemento (poi), del suo essere potere centrale e chi riteneva che la crescita della città potesse caratterizzarsi attraverso propri e autonomi caratteri di tipo economico o produttivo. Un conflitto che, trascendendo anche le forme del protagonismo sociale, le lotte che hanno attraversato il suo territorio, è durato oltre 100 anni.

Questo possente “conflitto urbano” tra centro della città e la sua periferia ha finito con il costruire quest’ultima quale unica alternativa al centro. Così, nel tempo, per molti degli spazi urbani presenti in luoghi centrali non è stato più possibile riconoscerli come tali. Per tutti, un esempio?: la cancellazione della rete delle piazze della città barocca. Erano loro a rendere Roma ricca di centri plurali. Un fenomeno che ha visto accumularsi solo sottrazioni a sottrazioni. Le funzioni urbane, infatti, non si spostavano però, una volta cancellate, in modo simmetrico in periferia. Sono stati i centri sociali, a Roma, a far nascere, quelle funzioni nella periferia di cui, ognuno di loro, con anche la propria annessa attività di produzione culturale è testimonianza.

A volte ciò è avvenuto ( avviene) intercettando forme ed esiti dell’architettura della città. Chi vuole sgombrare l’Horus intende farlo anche per questo perché, l’Horus, è una buona architettura. Non solo come esito tipologico edilizio (anche) ma in quanto atto di valorizzazione di un immobile, per una volta, strappato all’essere “oggetto starter” di quei processi basati sull’intercettare e sostenere operazioni economici-finanziari. Per questo “La felicità- hanno scalfito gli occupanti sulla facciata dell’edificio- non si paga si strappa”. A segnalare un’eresia urbana, prima ancora che urbanistica, che, per il Sindaco Alemanno, non può continuare ad esistere.

Per riuscire a interrompere questo “strappo” nel cuore di quella che un tempo era la città giardino di Roma (1924), prima di occuparlo con blindati e soldati, era necessario abbattere il dato originario dell’Horus -recuperato da chi ha praticato, in questi anni con le occupazioni pratiche di felicità- proprio il suo essere un servizio, un luogo per l’abitare.

Un luogo che ha un gemello. Horus nasce, infatti, come spazio pubblico coperto ( teatro) all’interno della città giardino nella fascia esterna al centro urbano a nord così come l’altro teatro il Palladium anch’esso all’interno dell’altra città giardino che stava nascendo a sud; anch’essa nei primi decenni del 900’. Entrambi i due spazi vengono destinati ad accogliere spettacoli. Entrambi, inseriti all’interno di particolari comunità, segnalano, con la loro mole che sembra, per tutti e due gli edifici, voler debordare dal tessuto delle case con cui si è voluto circondarli, il tentativo di costruire una città che si sarebbe voluta diversa, fatta di caratteri autonomi di luoghi particolari.

Due gemelli che, in termini di immagine della città, risultano essere eterozigoti. A rappresentare perfettamente, anche se similari, i due momenti del conflitto urbano alla base, come detto, del costruirsi di Roma come città.

Il Palladio ha rappresentato, nell’immaginario collettivo dell’abitare Roma, la memoria del tentativo di creare una possibilità industriale. Con le fabbriche da collocare nella larga ansa del Tevere che, come un’enorme pancia, si distende oltrepassate le mura; con le case per gli “operai” disposte nella collina sovrastante all’interno suddivise le une dall’altra da spazi verdi e giardini.

L’Horus l’altra faccia. Quella della città giardino; quale luogo “ pacificato” destinato alla residenza organizzata per quella marea di impiegati chiamati, da ogni parte d’Italia a Roma, a costruire luoghi e pratiche amministrative, del suo essere potere centrale.

I due “gemelli “ hanno iniziato presto a debordare dalle proprie funzioni, trasformandosi in vere e proprie piazze coperte. Spazi per riti collettivi. Ci si andava con tutta la famiglia per il pugilato, la rivista. Poi ancora per la trasmissione televisiva, dove il grande schermo spento faceva da materna cornice al piccolo che brillava come un puntino. Era arrivata la televisione. Allora palchi e sedute diventavano estensioni dei tavoli e sedie delle singole case. Si vedeva lo spettacolo, ci si scambiava il mangiare, si stava insieme, ci si guardava, ci si riconosceva come uguali e poi ci si dava appuntamento per ricominciare al prossimo spettacolo.

All’Horus, poi addirittura c’era ( c’è) una cosa in più. Si apriva il soffitto tra uno spettacolo e l’altro. Le nuvole di fumo accumulato durante lo spettacolo ( ma allora chi se preoccupava ?) s’alzavano al cielo permettendo ai più curiosi, nelle manifestazioni serali, di approfittarne per dare una sbirciatina alle stelle.

Due spazi cancellati crudelmente. L’Horus prima è stato indebolito da una programmazione inesistente e, una volta stremato, consegnato a essere altre cose al miglior offerente, discoteca, supermercato, ristorante…Consumato nel tempo, così come il Palladio, a divenire un fossile edilizio. Abbandonati. Sembrava che la città non sapesse che farsene in quanto non “producevano” per quello che erano stai programmati. Divengono improvvisamente importanti, prima ancora che per la dimensione degli spazi, perché se ne vuole recuperare il “ marchio “ rappresentato proprio da quanto di eccedente è avvenuto intorno a loro. Il loro essere stati formidabili produttori di emozioni.

Il Palladium diviene così preda dell’università Roma Tre che dice di averlo voluto recuperare. In realtà è divenuto un elemento del processo di colonizzazione culturale attraverso cui, la più giovane delle sedi universitarie, ha perseguito il sistematico processo di annessione di ogni spazio degli insediamenti un tempo industriali al fine di trovare spazio per le proprie sedi. Il Palladium era il luogo dove il popolo di Roma si raccontava e si riconosceva intereragendo tra spettacolo sul palco e la sala. Facendo spettacolo con e della propria vita. Lanciando le sue parole ribelli. Ora quello spazio è diventato un dipartimento universitario, dove tutto questo, la vita stessa di chi ha partecipato a quelle rappresentazioni urbane, è rimontato, edulcorato e raccontato secondo nuovi paradigmi. Senza dimenticare,di tanto in tanto, di farvi svolgere qualche incontro richiesto dal municipio.

I due edifici continuano, però, ancora ad avere una cosa in comune. Entrambi sono stati ri-pensati per essere sottratti all’abitare. Il leccato Palladium è lì ostaggio delle politiche economiche finanziarie che reggono la trasformazione di quel quadrante della città.
Horus grazie all’occupazione è ritornato ad essere vivo. Oggi, Horus è proprio una buona architettura. Facendolo ri-diventare spazio pubblico di informazione, riflessione, formazione e perché no divertimento non è stato, forse, posto il problema del diritto al territorio? a partire dal rapporto con quello che esiste: il costruito(molto) e del contesto con cui vuole rapportarsi.
IL Palladium, pur se risolto formalmente e tirato a lucido nei suoi prospetti (potenza degli architetti!), ha affrontato il problema dell’essere spazio pubblico annegandosi in un quartiere ormai densificato dalle sole funzioni universitarie..

Alemanno però non sembra voler copiare per l’Horus quanto è avvenuto con il Palladio con la benedizione del suo predecessore Veltroni.

Per prima cosa, prima di attaccare militarmente Horus il Sindaco, e i suoi partners, hanno incartato l’edificio, situato all’interno dei grandi immobili disegnati da Vincenzo Sabbatini, con parole che hanno proiettato, fuori dalla città, l’individualità fisica di questo luogo. Come se Horus non fosse mai stato nulla, né nulla avesse rappresentato, solo una cavità grattata nella pancia di un edificio destinato a contenerlo. Come una chiostra, come un anonimo cortiletto.

Horus, però, come molti degli spazi occupati, sono luoghi sottratti all’abbandono, salvati dalla dismissione selvaggia, contesi alla rendita sfrenata dei pochi. Sono diventati un bene finalmente per i più.
Da un giorno all’altro vengono descritti come luoghi della disperazione, della sopraffazione. Dove non c’è nessun rispetto. Dove bande di criminali (sic), associati tra loro, impongono regole, taglieggiano chiunque abbia varcato quelle soglie. A volte trovandovi la propria casa che nessuno fin oggi è stato in grado di dargli.

Questo ha fatto la più vergognosa ( e falsa) campagna stampa degli ultimi anni promossa dai giornali saldamente nelle mani dei costruttori romani. Parole che hanno sostituito, per una volta, i loro pesanti mattoni, le loro colate di cemento che lo maneggiano giorno dopo giorno per vomitare case, che poi sono tenute sfitte, e per bruciare senza sosta, spazi sottratti all’agro romano. Non è stata una sostituzione conveniente. Anche in questo caso, si è consumato territorio. Quello faticoso ma reale, costruito dalle mille e mille relazioni messe in campo dalle iniziative degli spazi occupati.
Intorno alla casa. Intorno all’abitare.


Alemanno, con i giornali che lo hanno appoggiato, sembra aver voluto attualizzare la profezia di Victor Hugo “ceci tuera cela”. Assume quale riferimento urbanistico proprio l’allocuzione con cui, lo scrittore francese, prefigurava che il parlare della città (il fare letteratura) avrebbe finito con l’uccidere il costruire o, meglio, le ragioni stesse del costruire. Victor Hugo aveva visto giusto: divaricando, staccando tra loro fino alla separazione, fino alla contrapposizione i paradigmi del costruire, vale a dire l’architettura, dal pensarla o scegliendo di proporli senza pensare al modo dove e come accoglierli, vale a dire l’urbanistica, si sarebbe giunti ad uccidere la ragione stessa del costruire sia la città che gli edifici. Sono le città; sono gli edifici, il mezzo che l’uomo ha a disposizione per dare sostanza alle cose sperate. A costruire l’abitare. Alemanno assume questa profezia come credo urbanistico. Non sceglie “archi star”,come i suoi predecessori sindaci, ma la profezia dello scrittore francese per ribadire il primato del costruire.

Alemanno non fa altro che ricordarsi che L’Horus, e tutta la città giardino, erano state costruite lontano dal centro perché così facendo urbanizzando il territorio lontano, si sarebbero immediatamente resi edificabili (come è avvenuto) tutti i terreni esistenti tra il nuovo insediamento e il lontano centro. Un moltiplicatore di rendita che Alemanno sa bene non potrà replicare nei suoi esiti urbanistici. Per questo, del resto, si sta attrezzando sponsorizzando le mega cubature che accompagneranno gli stadi.

Alemanno, complice Hugo, vuole, radendo al suolo Horus, inaugurare una nuova forma di governo, cancellare dalla scena della città quei luoghi rendere precaria la città. Inaugurare una stagione che punta direttamente ad attaccare per distruggerli i desideri delle persone, alle loro intelligenze, alle loro pratiche di cognizione.

Horus, però, Alemanno questo non lo sa ha la capacità di far scorrere il proprio tetto su se stesso e far apparire d’improvviso il cielo. Continuando a guardare le stelle sarà facile raccogliere e rendere visibili le parole dell’abitare; farle volare in alto sulla città e farla diventare finalmente nostra.

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