A proposito di cortei e buoni maestri

di Sandrone Dazieri

16 / 12 / 2010

Vi racconto cosa mi è successo. Ero a Roma per lavoro, e durante una riunione ho seguito dal computer la votazione sulla sfiducia. Ho visto lo spettacolo pietoso del parlamento ridotto a mercato delle vacche e teatrino, dove tutta l'attenzione si appuntava su quella decina di onorevoli che il giorno prima si erano prodotti in dichiarazioni vanziniane sul loro voto: non lo so, non ci ho ancora pensato, dipende, ne discuterò con la mia coscienza. Ho visto il disastro e il ridicolo. Mi sono depresso. Mi è mancata l'aria. Sono uscito. Per caso, mi sono trovato nel mezzo della manifestazione studentesca nei momenti del maggior casino. Ho visto ragazzi contrari agli scontri, ragazzi che spaccavano vetrine, ragazzi che scappavano, ragazzi che tiravano sassi alle banche, spostavano cassonetti e davano loro fuoco, ragazzi che discutevano e ragazzi che piangevano, ragazzi che raccoglievano da terra i loro compagni e ragazzi che camminavano zoppicando o sfregandosi le botte. Ho visto tanta rabbia, tanta. E ho pensato che la rabbia è bella, perché vuol dire che sei vivo e ci tieni, e ho pensato alle tante volte che avrei dovuto arrabbiarmi e non ci sono riuscito, diventato come sono troppo cinico e disilluso. E mi sono sentito  meglio.  Perché le nuove generazioni non sono un deserto come vogliono farci credere, ma una speranza.  

E vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni stanno commentando e fornendo saggi consigli agli studenti (non fate così, non fate cosà, avreste dovuto fare così, nel futuro fate cosà) che non spetta  a noi giudicare quanto è accaduto. Non sta a noi distinguere tra buoni e cattivi, stupidi e intelligenti. Spetta a loro, a chi c'era, agli studenti, a chi ha organizzato il corteo, a chi sta lottando da settimane al freddo, sui tetti e nelle strade  decidere se la violenza che c'è stata (due pietre, parliamoci chiaro, gli scontri tra ultras fanno molti più danni) sia stata giusta o sbagliata, necessaria o inutile, bella o brutta. Sta a loro chiarirsi, discutere, prendersene le responsabilità politiche e umane.  Separare i percorsi, se lo ritengono opportuno, o trovare una mediazione. Spetta a loro scegliere gli strumenti della loro lotta, perché è la loro lotta. Spero, certo, che non ripetano gli errori della mia generazione e di chi ci ha proceduto, ma non saremo noi a poterlo impedire se dovesse accadere. A noi spetta solo scegliere da che parte stare, se con loro o contro di loro, e risparmiare il fiato: non saranno mai come noi vorremmo che fossero, così come noi non siamo stati quelli che saremmo dovuto essere. 

Tratto dal ilSole24ore del 16.12.10

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