A Parma 30 sfratti al mese. Gli ufficiali giudiziari: "Indecente"

Anche per gli esecutori del tribunale, quello delle ingiunzioni è un sistema caratterizzato da ingiustizie e disfunzioni: "Manca una rete sociale adeguata e una coordinazione da parte del Ministero". Nel 'ducato', ogni giorno, una famiglia viene messa alla porta

5 / 12 / 2009

di Marco Severo

Oggi qualcuno rimarrà senza casa. Una coppia, una famiglia, un single. Sfrattato. A Parma e provincia si contano 30 esecuzioni mobiliari al mese, una al giorno.“Forse anche di più” dice a spanne un ufficiale giudiziario, uno di quelli cui tocca ogni volta interpretare la parte del cattivo. “Noi siamo quelli che bussano alla porta e cacciano di casa la gente, è vero – sorride amaro l’uomo – ma non ci sentiamo in colpa. Anzi, sempre più spesso finiamo per solidarizzare con gli inquilini, tanto che ormai siamo quasi diventati degli assistenti sociali”.

Lavoro ingrato quello dell’ufficiale giudiziario. A buttare in strada la gente si finisce per restare schiacciati tra l’incudine e il martello: da una parte l’inflessibilità della legge, dall’altra la pietà per i casi umani: “Si vedono delle robe impensabili quando si va ad eseguire uno sfratto, potremmo scriverci non uno ma dieci libri”. A Parma sono nove gli ufficiali. Fanno capo al tribunale e intervengono su istanza di un giudice, di solito insieme a due agenti di polizia. Quando un inquilino va in morosità - cioè quando non paga l’affitto per tre mesi - scatta “la procedura: richiesta, notifica, primo sopralluogo”. Il più delle volte trascorre un anno prima che l’interessato faccia le valigie. Un mese tra l’ultima ingiunzione e il cambio della serratura. Per prudenza gli ufficiali preferiscono non rendere pubblici i loro nomi, “anche se in fondo non abbiamo detto niente di compromettente” alzano le spalle. In realtà i nove ‘cattivi’ non vanno molto per il sottile: “Il ministero della Giustizia, di cui facciamo parte – attacca uno – ci manda completamente alla sbando, non interessandosi delle condizioni in cui operiamo né del problema complessivo delle esecuzioni”.

Della carenza di coordinazione, per esempio. “Sempre più spesso – lamenta un altro - dopo l’esecuzione, gli sfrattati rimangono senza assistenza e vengono letteralmente lasciati in strada. Al massimo i servizi sociali garantiscono un appoggio per donne e bambini, come se i maschi adulti fossero degli animali”. C’è un episodio che gli ufficiali tengono a raccontare, per rendere l’idea: “Un giorno, di fronte a una persona in seria difficoltà al momento dello sfratto, al telefono le associazioni ci risposero che l’assistente sociale era in ferie e che non potevano farci proprio niente”. Arrangiatevi signori ufficiali. “Ma ci rendiamo conto? – sgranano gli occhi - si tratta di gente con una missione importante, mica di impiegati del catasto”.

E quindi pazienza se qualcuno, all’arrivo dei ‘cattivi’ minaccia il suicidio. “Succede spesso – racconta un ufficiale – più di una volta mi è capitato di convincere inquilini a desistere, rassicurandoli e invitandoli a fidarsi”. Strano, impensabile. Ma tant’è: “Ormai gli sfrattati si affidano a noi” assicura una delle esecutrici. “Capiscono che siamo soltanto l’ultimo ingranaggio di un sistema sballato”. Un esempio di disfunzione? “Facile – rispondono – nessuno regolamenta il sistema degli affitti. Va detto infatti che molti proprietari, e le stesse agenzie immobiliari, ne approfittano: sanno benissimo chi è la famiglia o la persona a cui danno in locazione l’appartamento. Ne conoscono la condizione economica e, in certi casi, la storia. Quindi perché poi si lamentano se gli inquilini non pagano? La verità è che a loro interessa solo raggranellare dei quattrini”. Quando poi il giochino si rompe pazienza.

I drammi umani sono una costante nel mestiere di esecutore. Gli ufficiali tuttavia non riescono ad abituarsi: “Una volta – raccontano - una persona è salita sulla ringhiera del balcone con un bimbo in braccio, minacciando di gettarsi di sotto”. Si tratta allora di rimandare indietro le lacrime e di stare nel ruolo: “Ma come si fa – sospirano – quando davanti hai donne con bambini, gente che non ha altro se non quel tetto che gli stai togliendo?”. Un caso, fra i tanti: “Un uomo, muratore italiano, per una vita aveva messo da parte un gruzzolo per accendere un mutuo e comperarsi una casa. Aveva messo a posto lui personalmente l’abitazione. La moglie l’aveva arredata, con gusto. Poi un giorno l’incubo della recessione: l’impossibilità di pagare il prestito bancario, la casa finita all’asta, per noi lo strazio di andare a sfilargli l’abitazione dei sogni”.

La recessione, ecco. A Parma, come nel resto d’Italia, negli ultimi due anni sono aumentati vertiginosamente gli sfratti. Una classifica stilata dall’Unione inquilini, pubblicata da L’Espresso, colloca la città ducale al 22esimo posto fra le 81 province italiane col maggior numero di esecuzioni mobiliari. Non malissimo, ma certo non bene. “Tutt’altro – dicono dal Sunia di Parma, la sezione per le questioni abitative della Cgil – a noi risultano circa 400 sfratti eseguiti nel 2008 e 90 casi nei primi tre mesi del 2009”. Nel 90 per cento dei casi si tratta di vicende di morosità. Il resto della torta è suddiviso fra episodi di finita locazione e storie di inadeguatezza dei requisiti abitativi.

Le categorie sociali interessate sono svariate. “Sbaglierebbe – puntualizzano gli esecutori – chi pensasse ad extracomunitari e a gente senza reddito. E’ vero che molti sfratti riguardano gli immigrati, soprattutto del nord Africa, ma sempre più di frequente sono famiglie normalissime a ritrovarsi sul pianerottolo”. Basta poco: un coniuge che resta senza lavoro, una rata condominiale più alta del solito e l’equilibrio si spezza. A farne le spese è il bene più prezioso: la casa. “Ultimamente – aggiunge uno degli ufficiali - a Parma anche l’Acer, l’Azienda regionale per le abitazioni partecipata dal Comune, ha cambiato filosofia: prima era molto più tollerante coi i morosi, adesso non guarda più in faccia a nessuno”.

Un mito da sfatare è anche quello degli stranieri come pessimi inquilini: “Ovvio – dicono in tribunale – che spesso si trovano le case degli extracomunitari in condizioni spaventose, con i topi e i vermi nelle stanze. Questo succede soprattutto quando, per ostinazione, le famiglie continuano a restare attaccate a quelle mura anche quando l’Enia toglie acqua, luce e gas. Tuttavia è verissimo anche il contrario: siamo entrati spesso in appartamenti abitati da africani e tenuti come gioielli, lindi e profumatissimi. Così come ci è capitato di scoprire situazioni di indecenza nelle case di italiani, piatti sporchi accatastati nelle vasca da bagno, ragnatele sul soffitto, escrementi in giro”. Quello che rende abietto l’uomo, dicono i ‘cattivi’ del tribunale di Parma, non è l’etnia nè la provenienza sociale. E’ la disperazione, combinata con la superficialità di un sistema efficientissimo quando c’è da sfrattare.

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