TARANTO -16N appunti di lotta e possibili traiettorie.

Napoli, Gradisca, Pisa, Val di Susa. E Taranto?    

Utente: alegz
15 / 11 / 2013

Cos’è l’oceano se non una moltitudine di gocce?” Cloud Atlas, 2012.

Sabato prossimo i movimenti ritorneranno in piazza dopo quasi un mese dalla manifestazione del 19 ottobre. Quell’appuntamento fu una grande giornata di riscatto. Una straordinaria partecipazione che ha dimostrato che esiste ancora spazio per il conflitto sociale in questo Paese. Non era scontato. Così come non era scontato che i movimenti organizzati riuscissero a superare il deserto di questi mesi, dominato dalla sterile rabbia “antisistema” che forse tanto antisistema non è. Il percorso di avvicinamento a quella manifestazione sembrava seguire quella falsariga, con proclami di vendetta. Quella manifestazione poteva essere un disastro, la fine. È stata un nuovo inizio che parla di un futuro non ancora scritto. Testimonia che c’è una generazione che non si è ancora arresa ed ha testa, cuore e strumenti per proporre un’alternativa all’attuale modello di accumulazione capitalista, fondato sullo sfruttamento dei territori in ragione del profitto. Quella piazza, convocata dai movimenti per il diritto all’abitare era giovane, ma anche meticcia e precaria. Segnata dalle devastazioni alle città e all’ambiente che troppo spesso hanno negato un futuro, confinando l’esistenza alla condanna perpetua alla povertà e al debito: all’austerity.

Napoli, Pisa, Gradisca d’Isonzo, Val di Susa. Diverse città, diversi territori. Diversi percorsi e rivendicazioni, eppure così profondamente legate oltre l’appuntamento. Mutuando l’appello dell’appuntamento napoletano: un fiume in piena. Sono lotte territoriali che sviluppano linguaggi e pratiche comuni provando a sprovincializzare le vertenze. Sono lotte che non possono essere che di tutt* coloro che si oppongono alle politiche di austerity come risoluzione della crisi. Gradisca d’Isonzo è il simbolo della lotta ai CIE. Oggi è vuoto, ma i movimenti saranno lì, sabato, per chiuderlo definitivamente. Perché i CIE sono la negazione dei diritti, della libertà per tutt*. Perché nel futuro che ci immaginiamo nessuno è straniero e non ci sono mura e gabbie a delimitarne l’esistenza. Pisa è la città del Municipio dei Beni Comuni, sgomberato pochi giorni fa. Un’esperienza che parla dei sogni e delle possibilità concrete di riappropriazione collettiva dei beni comuni attraverso forme di autogestione. I movimenti saranno lì, sabato, per riconquistarlo. A Napoli ci sarà la manifestazione di Stop Biocidio, una rete di comitati, gruppi informali e organizzati. Cittadini e cittadine che da mesi si battono contro le devastazioni ambientali e per il diritto alla salute. Un fiume in piena, come è stato ribattezzato, composto da una moltitudine di corpi che si oppongono a discariche ed inceneritori che producono malattie e morte. Per chiedere che le bonifiche vengano controllate dal basso e che siano una opportunità reale di rilancio per un territorio troppe volte svenduto in nome del profitto e del malaffare. In Valle, infine, si tornerà a marciare. Contro un’opera inutile, che devasta il territorio e che ha prodotto fino ad ora solo una militarizzazione del territorio e una sospensione delle garanzie democratiche. E si marcerà per chiedere che quelle risorse vengano destinate invece al welfare. Per casa, reddito e salute: le uniche grandi opere che servono a questo Paese.

La traiettoria tracciata in questo mese dai movimenti appare quella giusta. Un esempio da seguire, di chi è riuscito a essere protagonista di un nuovo patto sociale tra chi la crisi la abita e non si arrende. Tra diverse soggettività e comunità territoriali che lottano per un modello di sviluppo alternativo, partendo dalla rivendicazione dei propri bisogni. Un percorso che parla di rinnovate pratiche e di partecipazione. Che unisce chi lotta nei territori devastati in ragione del profitto a chi si oppone a scelte che lasciano sempre meno spazio ai diritti e alla democrazia. Che riesce a tenere insieme nuovamente conflitto e consenso, oltre il terreno della rappresentanza, coniugando l’attivismo degli scienziati e dei ricercatori con le lotte delle cittadine e i cittadini. Oltre il deserto, oltre la crisi.

Connessioni e percorsi che devono essere allargati a chi ancora nel deserto ci è intrappolato e poche appaiono le vie d’uscita. E la realtà di Taranto ne è la drammatica testimonianza, dove una intera comunità non riesce ancora a trovare una possibile via di uscita, schiacciata talvolta da un populismo insalubre quanto le ciminiere della più grande acciaieria d’Europa. In riva allo Jonio, l’assoggettamento alla grande industria ha creato, oltre al disastro ambientale, un vuoto di pensiero diffuso. Dopo mesi di mobilitazioni, movimenti nati e morti, l’Ilva con i suoi 15 milioni di metri quadrati di superficie è sempre lì. Nonostante le note vicissitudini giudiziarie si continua a produrre acciaio, quasi come se niente fosse. Le responsabilità sono evidenti e diffuse. A partire da quelle di una classe dirigente della sinistra che ha creduto di poter rendere una fabbrica, obsoleta e devastante, ecocompatibile con l’ambiente, supponendo a tal fine di poter dialogare con una famiglia, come quella dei Riva, spregiudicata nel conseguimento del profitto, in barba a qualsiasi normativa di sicurezza e di tutela ambientale. Ma le responsabilità non finiscono qui, perché, come ha anche scritto giustamente qualche giorno fa Gad Lerner su La Repubblica, quella classe dirigente mentre guardava all’Ilva ha smesso di guardare alla comunità. E con colpevole supponenza ha ignorato il dramma che si consumava nella città Jonica. Ovvero non solo inquinamento dell’ambiente ma disoccupazione e povertà. Nella provincia di Taranto secondo recenti dati, i senza lavoro sono quasi la metà dei residenti, mentre addirittura la superano nel capoluogo. Un dato da cui non si può prescindere, e che dicono che il problema è l’attuale modello di sviluppo e quindi anche la messa a norma dello stabilimento, tra l’altro scarsamente probabile, non risolverebbe i problemi di una comunità.

Il movimento dell’ambientalismo tarantino alla pari della sopra citata classe dirigente, non sembra rendersi conto di tutto ciò, rimanendo su un piano di presunta giustizia. Di vendetta nei confronti di chi avrebbe “(s)venduto” un territorio al profitto. Ma dopo più di cinquant’anni di soprusi e varie classi dirigenti, chi sarebbero i veri responsabili di questa vendita? Attribuire morti sulle spalle o chiedere il carcere per fallimenti politici sembra davvero un troppo modesto obiettivo per una comunità. Occorre invece una spinta ulteriore, anche radicale, perché oltre le responsabilità, giudiziarie e non, bisogna agire affinché il territorio sia libero dall’Ilva. E dalle tante Ilva che sono presenti sul territorio: discariche, inceneritori, raffineria. L’esperienza di Stop Biocidio campana deve essere presa ad esempio anche nello Jonio, perché oltre la rabbia e l’indignazione si arrivi ad una vera “sollevazione” che non sia una vendetta nei confronti di qualcuno, ma la rinascita di una comunità. Una comunità da cui non si deve fuggire per poter continuare a vivere, come invece accade per una intera generazione ora.

Non bisogna aver paura di ammettere i fallimenti e in questi mesi di mobilitazione ce ne sono stati molti. Il due agosto dell’anno scorso in molti eravamo convinti che un punto di rottura si fosse realizzato. Che finalmente i movimenti, gli operai, gli ambientalisti, i precari, i disoccupati, le cittadine e cittadini potessero trovare una possibile traiettoria verso il cambiamento oltre il terreno della rappresentanza e delle evidenti inadempienze. Il movimento dell’apecar si è rivelato invece, nel tempo, una gabbia. Un attore come tanti, nella città dei due mari. Mettendo in pratica talvolta comportamenti autoritari che poco hanno a che fare con il “buon vivere” che una comunità dovrebbe ricercare. Una gabbia che ha imposto una visione particolare, talora imponendo inconcepibili regole di comportamento e metodi di discussione, soffocando le istanze e i bisogni dei soggetti che la città la abitano. Rimanendo, come tanti altri, sempre più imbrogliato a guardare la fabbrica, perdendo di vista tutto il resto. Confinando la lotta a grandi slogan che nel tempo sono diventati sempre più vuoti, privi di alcuna proposta alternativa, strozzando nei fatti un movimento d’alternativa, quello del due agosto, che era di massa.

Ed è in questo contesto, di divisione e vuoto, che gli attori che da sempre condizionano la vita politica, economica e sociale della città sembrano riorganizzarsi. Con disinvoltura e spregiudicatezza si ricominciano a proporre grandi progetti di sviluppo e rilancio fondati ancora una volta sullo sfruttamento del territorio. Non è attraverso la realizzazione di grandi opere infrastrutturali che può darsi un futuro nuovo alla città. Non è attraverso la realizzazione di un porto per grandi navi da crociera che può darsi uno sviluppo sostenibile fuori dall’attuale modello di accumulazione capitalista, fondato sullo sfruttamento dei territori in ragione del profitto.

La lotta della comunità di Taranto va sprovincializzata e connessa a chi lotta altrove per uno sviluppo diverso, per un modello di società alternativo. Come a Napoli, Pisa, Gradisca e in Val di Susa. Bisogna ricostruire un movimento perché l’Ilva venga chiusa quanto prima. Perché fabbriche di morte non esistono nel futuro che ci immaginiamo e come nel resto del Paese, le uniche grandi opere che occorrono a Taranto sono: casa, reddito e salute. 

Alessio Arconzo

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