Istituzioni del comune, note a margine del convegno uninomade

Utente: GIOVANNI
23 / 1 / 2010

1. il comune non è un bene.
il codice civile prevede espressamente che sono beni tutte (e solo) quelle "cose" suscettibili di utilizzo economico.
A ciò che non ha (o non può o NON VUOLE avere) possibilità di sfruttamento economico neppure è riconosciuta la dignità di bene: non partecipa lo statuto delle proprietà (e quindi dei beni).
Il capitale non riconosce le "cose" se non attraverso il loro valore.
La cosa (o la persona...ad es. i migranti) diventano oggetto/soggetto di diritto solo se il capitale li riconosce "valorizzandoli".
Il capitale esclude dalla propria esistenza (e quindi dal novero dei beni) ciò che non è bene (utilità).
Il capitale dà valore e del valore ha bisogno perchè ne è il respiro (ma è la merce che c'è entrata nei polmoni, che ci dà il suo ritmo di respirazione.. cantava Gianfranco Manfredi).

2.il comune prodotto.
Ma se il lavoro cognitivo crea eccedenza, dismisura, se la vita si spiega in un reticolo che non potrà MAI essere appeieno appreso (compreso, recuperato) dal capitale, si crea per quest'ultimo una ulteriore ragione di esclusione.
Il capitale non riconosce il comune al pari della “cosa inutile", qui però non per espulsione ma per impossibilità di (totale) inclusione.
Tutto ciò che del processo produttivo il capitale non cattura è immediatamente comune.

3. la tutela del comune
Tutelare il comune è tutelare la dismisura.
Istituire il comune è istituire forme di inclusione/comprensione dell'eccedenza.
Occorre quindi uno statuto dell'eccedenza e della dismisura.

4.impossibilità di tutela per esclusione
Nè pare potersi praticare la via di uno statuto dei beni comuni atto a ri-escludere le "cose" dal mercato.
Escludere uno o più beni dal mercato è riconoscere ancora una volta il principio appropriativo.
Si pongono tutele "eccezionali" come per le balene e panda...ma si tratta della nostra vita siffatto procedere non può risultare via di affermazione delle moltitudini (a meno di non volere sottrarre tutto dal mercato ..ma mi pare che qualcuno ci avesse già pensato).

5.scarsa affidablilita della consuetudine
(Parlo del concetto di consuetudine portata in codice, l'unico peraltro attualmente agibile).
La consuetudine o è prassi imperfetta, incapace di incidere o è già codificata. Qui la norma data si è già rivelata inutile nel momento in cui nonostante essa lamentiamo la lesione del comune.

6.istituire prassi.
Diverso il caso in cui si intenda istituire prassi di tutela e dell'eccedenza; pensare a che le singolarità, attraverso la loro espressione trovino modelli comportamentali ripetuti convinti della loro doverosità, riescano a operare in autonomia per tutelare ed implementare l'eccedenza e quindi la inconoscibilita da parte del mercato.

7.la rendita
Se è utile pensare all'appropriazione della rendita, l'idea non va rivolta alla rendita fondiaria, ma a quella finanziaria.
Assumere ciò ci espropria il capitalismo finanziario, prendere la conoscenza di quanto nella rendita da operazioni speculative è di nostra produzione appare istitutivo del comune.
Ad es., più che una partecipazione all'incremento "oggettivo" delle aree private, importa la partecipazione -istituzionalizzata nel senso di cui sub 6- all'incremento costante (anche se fittizio) del profitto da speculazione.
....più che un tumulto per la riedizione della proprietà edilizia residenziale agevolata desidererei spingere per il diritto all'insolvenza e al riconoscimento della nostra esistenza sofferta come credito verso lo sfruttatore...

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negli ultimi dieci giorni ripetutamente si è affermato da parte di giornali e confindustria che il popolo italiano è non solo il meno indebitato, ma anche quello con più risparmi.
Questi sono corteggiati, ingraziati, si tenta di dirigerli definitivamente e globalmente a servizio del capitale finanziario.
La prossima bolla siamo noi.

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