Controllo mentale: resistenza all’obbedienza ed alla persecuzione.

Utente: Delleonora
12 / 6 / 2015

Controllo mentale: resistenza all’obbedienza ed alla persecuzione,

articolo di Cassandra D’Eleonora

    Ci sono letture, che aiutano la razionalizzazione di un dolore acuto come di una ferita sanguinante, non cicatrizzata: non si risana, né si guarisce, né alcun ristoro del danno ingiunge a risarcire del male patito, ma, almeno, scandagliano il vortice del male, lo analizzano come un biologo osserva le particelle dell’atomo, così è questo libro, che  coglie l’analisi psicologica dell’attimo di frantumazione della propria etica morale ed individuale subordinata al giogo collettivo della persecuzione contro una singola persona oltraggiata e danneggiata oltre ogni limite sopportabile a tutela della stima di sè.

Il seguente articolo si propone di essere un’elaborazione personale di argomenti desunti dalla lettura del libro “Obbedienza all’autorità”, di Stanley Milgram, Einaudi, 2003, il cui autore merita alcuni cenni biografici, che successivamente potranno essere meglio acquisiti dalle lettrici e dai lettori, qualora interessati.

    Nato nel 1933 a New York, figlio di genitori sfuggiti all’ascesa nazista, la sua identità originaria fu rafforzata dall’eredità esistenziale della Shoah, di cui si occupò in età adulta assieme all’interesse della storia. Al conseguimento della laurea in psicologia sociale all’Università di Harvard svolse una intensa attività in qualità di ricercatore e di docente presso l’Università di Yale ed alla City University di New York, il cui ambito si caratterizzò dall’analisi del pericoloso fenomeno del conformismo: fu promotore di indagini pertinenti la psicologia della vita urbana ed infine analista acuto del riverbero causato dal potere condizionante dei programmi televisivi sul comportamento antisociale.

   Dotato di una creatività inesauribile tra l’altro era dedito alla scrittura di testi destinati all’infanzia ed anche di libretti per musical; ciò nonostante alla sua morte avvenuta nel 1984, ha lasciato, però, poche opere scritte, di cui si riportano i titoli a piè dell’articolo (b.1).

   Principalmente propenso alla divulgazione del sapere scientifico ancora oggi è considerato il pioniere della produzione di documentari educativi destinati al grande pubblico, noti non soltanto negli Usa, ma anche in Europa, come “Obedience” riguardanti gli esperimenti da lui condotti assieme ad un’équipe presso l’Università di Yale.

Premesse dell’esperimento, sue modalità ed i risultati

“Il problema dell’obbedienza, in quanto fattore decisivo nella genesi del comportamento, è emerso in modo drammatico in epoca recente … l’obbedienza è il meccanismo psicologico, che lega azione individuale ai fini politici … che unisce uomini e sistemi di autorità ... è una tendenza profondamente radicata nel comportamento di molti, un impulso prepotente, che supera di gran lunga ogni precetto morale, ogni senso etico, ogni forma di solidarietà … lo sterminio degli ebrei europei compiuto dai nazisti è solo il più clamoroso ed abominevole dell’innumerevole serie di atti immorali progettati da migliaia di individui in nome dell’obbedienza …

Se uno sperimentatore ordina ad  un soggetto di infliggere ad una terza persona delle sofferenze di intensità crescente a quali condizioni costui obbedirà ed a quali condizioni si rifiuterà di eseguire gli ordini? … l’obbedienza assume toni di cooperazione, quando intervengono la forza o la minaccia, l’obbedienza si riveste di un’alea di paura e costrizione … Le nostre ricerche si interessano soltanto all’obbedienza accettata volontariamente in assenza di ogni tipo di minaccia, all’obbedienza, che si fonda sulla semplice affermazione del diritto dell’autorità di impartire ordini ad un individuo. In questa ricerca la forza dell’autorità è derivata dai poteri, che in qualche modo il soggetto le attribuisce e non dall’impiego di pressioni fisiche amorali” (pagg.XLIII-XLIV, 3,4,7). Queste sono le dichiarazioni preparatorie di Stanley Milgram alla sperimentazione svolta presso il dipartimento dell’Università di Yale dal 1960 al 1963, che discende da una tradizione quasi centenaria, allora, di ricerche relative alla psicologia sociale iniziata nel 1898 da Boris Sidis e proseguite successivamente da altri studiosi come Lewin, Block, Cartwright e soprattutto Salomon Asch, frequentemente citato nel libro.

   I partecipanti furono reclutati attraverso un’inserzione pubblicitaria apparsa su un giornale locale, l’esperimento inscenato mirava all’acquisizione conoscitiva del limite dell’obbedienza scaturente il dissenso, stante la facoltà dell’esercizio delle scelte morali: si incaricavano due soggetti volontari, l’uno espletante il ruolo dell’insegnante, mentre l’altro quello dell’allievo, cui lo sperimentatore informava trattarsi di un’indagine finalizzata allo studio degli effetti della funzione circa l’apprendimento. Al polso dell’allievo veniva applicato un elettrodo, al quale venivano emanate scariche elettriche ad intensità variabile dipendente dalla risposta esatta a quesiti riguardanti l’apprendimento di una serie di associazioni di parole poste dall’insegnante, il quale manovrava un generatore falso di corrente: l’allievo era finto, l’insegnante era il ruolo della persona reclutata, vero soggetto dello studio sperimentale di Milgram, che si proponeva l’analisi dei fattori motivanti l’obbedienza, cioè dell’individuazione delle condizioni soggiacenti alla sottomissione (pag.26), tra cui quello decisivo era la risposta all’autorità (pag.98). Più precisamente lo spettro sperimentale afferiva la capacità dell’insegnante all’adempimento del suo ruolo ed anche all’opzione del dissenso, quindi della ribellione all’autorità per scelta morale. Interessanti sono le analisi dei casi studiati, per i quali il libro merita una lettura scrupolosa, tuttavia se ne riporta una sintesi forse infelice: “gli esperimenti sull’obbedienza ci insegnano, che nelle concrete situazioni sociali possono agire vincoli e costrizioni, che riescono a calpestare il nostro senso morale” (pag.XVIII).

    Infatti, accadde, che non pochi turbamenti furono causati dalle conclusioni acquisite dalla ricerca, poiché numerosi soggetti prestatisi all’esperimento non dimostrarono alcuna pietas verso la vittima, come si evince dal testo: “essi (i risultati emersi, n.d.A.) mostrano la possibilità, che la natura umana o più precisamente il tipo di carattere prodotto dalla democratica società statunitense, non costituisce  difesa sufficiente per arginare la brutalità e la crudeltà  contenute negli ordini di un’autorità immorale. Un numero impressionante di persone esegue i comandi senza porsi problemi morali, perché questi ordini provengono da un’autorità legittima” (pag.178).

   Fra gli estimatori dell’esperimento si menzioni H.V. Dicks, che in uno studio pubblicato nel 1972 constatava dei parallelismi motivazionali delle leve psicologiche tra i soggetti sperimentati da Milgram e le ex SS (pag.166). Di altri e molteplici aspetti pertinenti la sperimentazione sono desumibili dalla lettura (pagg. XVII, XVIII,XLIV, XLVII, XLVIII, 26,101,102,166,193,194).

 

Conformismo sociale, conformità ed obbedienza

    Il conformismo sociale non si sviluppa in ossequio né ad un comando, né ad alcuna legge, d’altronde l’idea del proprio sé rientra nella gestione dell’autocontrollo della condotta e dell’autonomia morale, pertanto le comunità di appartenenza e/o di riferimento sono elettive da parte del singolo soggetto, padrone della sua scelta decisionale. Di contro un gruppo folto di persone attiva dei mutamenti psicologici silenti e subdoli rivolti ad una regressione della propria coscienza individuale per acquisire quella collettiva, quasi avvenisse una suggestione inconscia paralizzante le istanze morali della individualità singola; ne consegue una condotta sociale permeata dall’emulazione e dall’imitazione del gruppo, in questo modo si conclama la resa dell’iniziativa personale. Di solito tale mutazione si innesca negli ambienti e nei contesti di socializzazione totalizzante; a questo punto, per precisazione di termini e di concetti, seppure il confine appaia labile, occorre distinguere la conformità dall’obbedienza, secondo le asserzioni di  Milgram, riportate in sintesi: la conformità disciplina il comportamento fra persone di identico status fino all’omogeneizzazione, anche se le pressioni verso tale direzione sono implicite e ne può scaturire una condotta assunta di propria volontà, non cogliendone l’induzione sottostante. Invece, l’obbedienza prescrive l’accettazione di regole impartite nonché espresse esplicitamente da una struttura gerarchica ai suoi subordinati, in modo del tutto acquiescente e cosciente recepite da questi ultimi, essendo considerati particolarmente suscettibili (e suggestionabili) ai segnali provenienti dal livello superiore al proprio (3).

 

Il gruppo obbediente e l’autorità

   Nel dimenticatoio deresponsabilizzante sono relegati i conflitti morali ed i pensieri riflessivi del subordinato, la cui preoccupazione è l’adempimento dell’ordine ricevuto, realizzando il proprio sé attraverso la sottomissione, insomma un obbediente privo di pensiero, la cui responsabilità dell’operato è proiettata verso il livello elevato della struttura, che ne determina la legittimità morale e le sanzioni alle infrazioni. Tra le cause  determinanti la sottomissione sono annoverate: la ligia osservanza delle norme di buona educazione, l’assunzione di un impegno, la frustrazione dal mancato adempimento ai compiti prefissati, gli aggiustamenti adattivi quali la diligenza operativa, l’incapacità di contrapposizione ad un diniego, la deresponsabilizzazione ed il timore di sanzioni sia da parte del gruppo che dall’autorità.

   A quest’ultima appartiene la capacità di strumentalizzazione dei gruppi sottomessi secondo il paradigma della sottomissione e della subordinazione, imponendo scale gerarchiche, le quali ad hoc applicano lo schema “ricompensa-punizione”, premessa dello stato eteronomico, cioè una fase di organizzazione  mentale inducente alla passività ed all’assuefazione autoregolante l’obbedienza.

   Per stato eteronomico si intende il mutamento interno di controllo gerarchico: acquisito dalla cibernetica questo concetto si ravvisa applicabile all’essere umano in termini  di atteggiamento mentale: un comportamento viene adeguato contritamente alle aspettative dell’autorità, fattivamente  una consegna di resa per l’esecuzione di ordini impartiti. Detto con maggiore chiarezza,  lo stato eteronomico costituisce il presupposto di atti di obbedienza, laddove la loro definizione ed il loro imperativo dell’esecuzione siano complementari al comando ricevuto oppure altra definizione, se si preferisce, è lo stato mentale inibente, che  predispone all’adempimento di istruzioni provenienti dall’autorità, alla quale è riconosciuta deferenza come un obbligo situazionale. Purtroppo il soggetto subente non distingue l’autorità reale da quella apparente, semmai propende per quest’ultima, purché assuma un’aria autorevole, paventi atteggiamenti di superiorità da status dominante e ne abbia le sembianze anche esteriori con l’abbigliamento, da una posizione di controllo sociale confacente una certa situazione, quando al contrario, invece, assolutamente non lo è: questi sono gli elementi esteriori e superficiali idonei alla percezione di un’autorità legittima. Di fatto e per definizione l’autorità non deriva dalle sue caratteristiche personali, piuttosto dalla posizione occupata nella struttura (piramide) sociale, a cui ne consegue la percezione di legittimità, pre-condizione necessaria allo stato eteronomico.

   Il passaggio ulteriore è caratterizzato dalla volontarietà perigliosa della sua adozione al sistema autoritario, contiguo alla determinazione di un impegno schiavizzante, nonostante situazioni soltanto apparentemente scevre da coercizioni esterne.  Affatto trascurabile è  il sistema relazionale oppure il contesto sociale, che  svolge una funzione determinante per il conferimento della coerenza e dell’attendibilità all’autorità, soprattutto della legittimazione all’esercizio della sua influenza condizionante adoperata contro gli adepti, in altre parole devono risultare attributi di rango consoni all’ambiente soggiogabile, non escluso il disprezzo contro il prossimo all’insegna dello strapotere e della supremazia tout court abusando ogni capacità manipolatoria.

   Sinteticamente, se privatamente una persona è dotata di requisiti di coscienza e di resistenza contro gli istinti nocivi dei suoi simili, di contro allo stato eteronomico la stessa interiorizza la modalità punitiva tipica dell’ambiente gerarchizzato, né è capace di arginare il flusso irrompente dell’emulazione, che le frantuma ogni residuo di inibizione etica, preoccupata com’è dalle minacce sanzionatorie dispensate dall’autorità.

   Del resto il suo impegno forzato di adattamento alle aspirazioni generali ed alle pratiche sociali del gruppo profonde verso la conformità delle esigenze organizzative della gerarchia, che gli garantirebbe una continuità malintesa perché nefasta (4).

 

Il disprezzo contro la vittima

   Uno di tanti aspetti riguardanti gli obiettivi dei gruppi gerarchizzati finora descritti è l’attività denigratoria contro una persona ridotta a mero bersaglio sia della violenta  diffamatoria propaganda quanto delle altre attività lesive, laddove l’una è propedeutica alla seconda. Alla base di questo stalking vige la considerazione preconcetta della presunta inferiorità della persona-vittima-bersaglio risultante spregevole e quindi meritevole di denigrazione del gruppo gerarchizzato organizzante trame ordite e criminose a danno delle sue proprietà, della sua sopravvivenza economica, della sua salute , del suo nome, della sua reputazione sociale, non ultima della sua riservatezza esistenziale. Strettamente contestuale a questa condizione pregiudizievole si ravvisa il reclutamento degli adepti ed il loro giudizio pseudo-morale sospinto dalla pressione collettiva sotto lo spirito dell’emulazione del gruppo, innestando gravi processi di deindividualizzazione e di desensibilizzazione  condivise persino coltivate, non ultimo anche con la supervisione prolungata della vittima (varie tipologie esistenti di sistemi illeciti di spionaggio e violazione di ogni privacy, domestica, postale, telefonica, ect.), a sua insaputa, oggetto di scherno e di denigrazione con la proposizione di situazioni artificiose pianificate ovunque e con qualunque mezzo. In pratica si disattiene il principio elementare, secondo cui non bisogna fare del male ad una persona inerme ed innocua sia a sé che agli altri.

  Questo copione stranoto venne svolto dal nazifascismo. Ed oggi … si sta replicando (5).

 articolo di Cassandra D’Eleonora

 

Opere di Stanley Milgram:

- Dynamics of obedience. Experiments, in  “Social Psychology-Mineographed Report”, National   Science    Foundation, 1961;

- Behavioral Study of Obedience in “Journal of abnormal psychology”, LXVII, pagg. 371-378, 1963;

- Group pressure and action against a person, in  “Journal of abnormal social psychology”, LXIX, pagg.137-143, 1964;

- Issue in the study of obedience. A reply to Baumrind, in “American Psychology”, LXIX, pagg.848-852, 1964;

- Liberating effects of group pressure, in “Journal of personality and social psychology”, I, pagg.127-134, 1965;

- Obedience (a filmed experiment), distribuito dalla N.Y. University film Library, 1965;

- Some conditions of obedience and disobedience to authority, in “Human relations”, XVIII, nr.1, pagg.57-76, 1965;

- Integration Obedience. Error and Evidence, A reply to Orne and Holland, in A.G. Miller, 1972;

- Obedience to authority, Harper Collins Publishers Inc. 1974.

- Obbedienza all’autorità, S. Milgram, Einaudi, 2003

2)  esperimento: pagg.XVII, XVIII, XLIII, XLIV, XLVII, XLVIII, 3,4,7,26,101,102,166,178,193,194;

3)  conformismo sociale: pagg.XX,XXII,XIII,XIV,XVI,XVII;

     conformità: pagg.106-108;

     obbedienza: pagg.3,4,7,101,115-117;

4)  sottomissione: pagg.8,9,136-138,157,165;

     gruppo obbediente: pagg.102,113-117,122,123,125,130,133-140;

     autorità: pagg.XXXII,XXXIII,98,101,114,129,131-139,164,168,169;

     stato eteronomico: pagg.124,125,138;

5)  etica personale: pagg.175-176;

     addestramento torturatori: pagg.XXXVI-XXXIX,170-171,175;

     disprezzo contro la vittima: pagg.XXVII,11-12,148,166,176;

     atteggiamento “  “     “       : pag.14;

        “                  della   “       :  pag.23;

     rifiuto: pag.151;

     dissenso: pagg.151-152,178;

     disobbedienza: pagg.152-154.

 

Estratto dell’indice bibliografico menzionato dal testo:

1.   Psicologia di massa del fascismo, W. Reich, Einaudi, 2002;

2.   Storia del terzo reich, W.L. Shirer, Einaudi, Torino, 1962;

3.   La libertà di uccidere: studio socio-psicologico sulla criminalità delle Ss, H.V. Dicks, Rizzoli, Milano, 1973;

4.   Le forme elementari del comportamento sociale, G.C.Homans, Franco Angeli, Milano, 1975;

5.   Teoria e sperimentazione, in “Psicologia sociale”, K. Lewin, Il Mulino, Bologna, 1972;

6.   La vita quotidiana come rappresentazione, E. Goffman, Il Mulino, Bologna, 1969;

7.   Autorità ed individuo, B. Russell, Tea, Milano, 1994;

8.   La personalità autoritaria, T. Adorno, Ed. Comunità, Milano, 1973;

9.   L’aggressività, J.P. Scott, Giunti, Firenze, 1980;

10. Teoria della dissonanza cognitiva, L. Festinger, Franco Angeli, Milano, 1987;

11. Il fantasma dentro la macchina, A. Koestler, Sei, Torino, 1971;

12. Fuga dalla libertà, E. Fromm, Ed. Comunità, Milano, 1963:

13. La democrazia in America, A. deTocqueville, Rizzoli, Milano, 1999.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

   

 

 

 

 

 

 

 

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