Che succede davanti ai cancelli di Mirafiori?

Diretta video da Mirafiori-le telecamere de il “Corriere.it”: qualche riflessione spontanea su questo presente

12 / 1 / 2011

Questa mattina c'è Nichi. Ci sono i giornalisti e le telecamere: l'occhio vigile e mai imparziale del nostro tempo.

Ci sono gli operai e nel 2011 è difficile capire chi siano gli operai.

Qualcuno dichiara “sono entrati operai e sono diventati schiavi”, qualcun altro piange, raccoglie in uno sguardo drammaticamente emotivo la frustrazione e la criticità del nostro presente e del nostro tempo.

Il nostro tempo è lo stesso che ci sentiamo scivolare sotto i piedi.

Per anni abbiamo pensato che le lotte di Mirafiori riguardassero un 1973 scomparo nei meandri di una società che non esiste più e che puzza di vecchio. Abbiamo imparato a sorridere quando qualcuno ci parlava di operai. Abbiamo imparato che forse non esistevano più o che se esistevano non erano parte di noi, non erano parte di un mondo reale, delle nostre lotte, non erano parte del futuro.

Ma guardiamo bene, chi c'è davanti a Mirafiori?

Qualcuno urla “aiutateci!”, qualcuno supplica Vendola di tendere la mano ai lavoratori, qualcun altro lo insulta e lo accusa di fare una passerella in attesa di voti. Una donna grida: “Vogliamo lavoro con dignità e non essere schiavi”. La gente sfila e guarda la telecamera, si infila per un secondo nell'immaginario contemporaneo, dominandolo e allo stesso tempo sottomettendosi in maniera naturale e spontanea a quelle regole del presente che ciascuno di noi ha introiettato, pur senza riuscire a volte a dargli un nome. Abbiamo imparato come si fa, siamo esperti di criteri di “notiziabilità” anche se nessuno ce li ha insegnati

E così, io mi chiedo: chi c'è davanti a Mirafiori? C'è la sofferenza, c'è la vita, c'è la dignità, ci sono gli operai, i movimenti, le lotte, c'è il disgusto, ci sono donne e uomini che piangono, che prendono coscienza, che non sanno, ma temono ciò che succederà loro domani, che aspettano il botto, che sperano, che si disperano, che urlano prima dell'ultimo urlo.

C'è una parzialità incompiuta di mondo che però lo rappresenta. Non ho mai pensato che una fabbrica potesse rappresentarci così bene. Ed in effetti, territorialmente e socialmente parlando non è né una fabbrica, né una lotta di fabbrica che si muove in testa al nostro fervore. Quello spazio si apre al di fuori dei cancelli di Mirafiori, gli operai sono usciti.

Proseguo dunque nel mio interrogarmi: e se davanti alla Fiat ci fossero le lotte intere che ora rappresentano l'Italia? E non è forse che oltre all'Italia c'è anche un po' d'Europa? E la Tunisia? E l'Algeria? E gli studenti di Roma e quelli di Londra?

Non è forse che davanti ai cancelli di Mirafiori c'è un presente in ginocchio e tutti noi che abbiamo deciso di alzare la testa?

Gli operai partono in corteo, i cronisti dicono “E' una cosa che non si vedeva da anni!”. I sì e i no per il referendum si contrappongono corpo a corpo. E' una battaglia che ci tocca in maniera concreta, non è più solo il tempo della politica da talk-show: la materialità degli eventi ci impone reazioni forti, immediate, tipiche di territori fisici e non solo mediali.

E' la tensione alle stelle di un intero paese e sarà difficile calmare gli animi.

Il turno è finito, ora c'è il cambio!

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